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Corruzione responsabile 17% sprechi pubblici. Come limitarla

Per combattere questa situazione è centrale la figura del whistleblower, il "soffiatore del fischietto", termine inglese che non ha corrispettivi positivi in italiano. Viene definito "delatore", "corvo" o "talpa", tutti termini con una connotazione negativa, a sottolineare che nel Paese della mafia l'omertà è ancora la regola di condotta vigente approvata dalla massa

ROMA – Corruzione responsabile del 17% degli sprechi pubblici. Lo rivela uno studio firmato da tre economisti italiani (Oriana Bandiera, Tommaso Valletti ed Andrea Prat) pubblicato su una rivista americana e ripreso da Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo sul quotidiano La Stampa. 

In Italia, dice questo studio, su 100 euro di sprechi 83 sono dovuti ad inefficienza e 17 a corruzione. Un dato che penalizza questo Paese anche in termini di investimenti stranieri, che vengono meno per paura di questi sprechi.

Per aiutare a combattere questa situazione è centrale la figura del whistleblower, il “soffiatore del fischietto”, termine inglese che non ha corrispettivi positivi in italiano. Viene definito “delatore”, “corvo” o “talpa”, tutti termini con una connotazione negativa, a sottolineare che nel Paese della mafia l’omertà è ancora la regola di condotta vigente approvata dalla massa.

Ma adesso, dopo che la figura del whistleblower è stata introdotta in alcuni enti come l’Agenzia delle Entrate, la stessa figura arriverà anche dai privati, malgrado l’opposizione di Confindustria, con l’istituzione della figura del responsabile anticorruzione di cui ogni ente deve dotarsi. Ma non sarà tutto così semplice come potrebbe sembrare, come spiegano Galeazzi e Lombardo su La Stampa:

“La strada è tortuosa, piena di resistenze anche nella maggioranza di governo. Fa riflettere che neppure un whistleblower sia stato sentito in commissione. Alla fine il risultato non è proprio quello sperato. Lo conferma Francesca Businarolo, deputata M5S, principale artefice del provvedimento. «Il testo è scritto male – ammette – ma è un primo passo». Un passo sollecitato da tempo anche dagli Stati Uniti. (…) «Il primo Segretario dell’Ambasciata Usa, Anthony Renzulli – racconta Businarolo – mi ha detto che, se finalmente passa la legge, arriveranno molti più investimenti dagli Stati Uniti». Eppure in Italia le ostilità restano forti. (…) Luciano Berarducci, ingegnere e fino al 2014 vicepresidente dell’Autorità di vigilanza dei contratti pubblici, poi confluita nell’Anac, l’Anticorruzione, liquida il whistleblowing come uno strumento «inefficace» aggiungendo: «Anche noi ricevevamo molte lettere anonime, ma ve la immaginate una Repubblica fondata sulla delazione?».

(…) Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone conferma le difficoltà: «A oggi i dati del whistleblowing non sono positivi, anche perché non ci sono reali meccanismi di difesa contro i rischi di ritorsione». Nel report 2015 dell’Anticorruzione si parla di 158 segnalazioni. Da queste sono state aperte 17 istruttorie, 6 delle quali concluse”.

Uno dei punti critici è l‘anonimato del whistleblower.

“L’Agenzia delle Entrate, intanto, è stata la prima amministrazione centrale che si è dotata di un servizio informativo che consente segnalazioni riservate e di interagire con il whistleblower per le verifiche. A farlo è Roberto Egidi, Responsabile anticorruzione dell’Agenzia: «Tutti i messaggi che ricevo sono crittografati». Solo lui conosce il nome del segnalante. L’impatto è stato notevole: su 240 denunce in un anno solo 50 sono state archiviate. Diversi i procedimenti disciplinari aperti ed è scattato un licenziamento”.

Altro punto cruciale, il “premio” per chi denuncia:

un contributo che può andare dal 15% al 30% sulla cifra recuperata dallo Stato grazie alla soffiata. Serve come incentivo alle denunce e a ulteriore tutela. Perché, anche per i lunghi tempi della giustizia italiana, comprese le cause di lavoro, il premio permette di affrontare spese legali e altri eventuali danni di tipo economico e morale derivanti da mobbing o sospensioni illegittime dall’impiego.

(…) Tra i principali sostenitori della «taglia», oltre a tanti economisti, c’è Ermanno Granelli, consigliere della Corte dei Conti (…): “La taglia è indispensabile, porterebbe a più segnalazioni – insiste Granelli convinto che il whistleblower vada protetto come un pentito di mafia -. La stessa Corte dei Conti ha sollecitato l’adozione di standard internazionali che prevedono tutte una qualche forma di premialità. È il vero deterrente contro i corrotti». La nuova legge, intanto, stabilisce una multa fino a 30 mila euro per le ritorsioni contro il segnalante, che però potrà essere licenziato in caso di falsa denuncia”.

Altro problema: chi controlla i controllori?

“Il possibile anello debole della catena è il responsabile prevenzione corruzione (Rpc) al quale ogni singolo ente affida le segnalazioni. E se quest’ultimo è corrotto, insabbia o non è abbastanza qualificato? L’Anac ha limitatissimi poteri, non ha un controllo diretto sugli Rpc, né può comminare sanzioni. La gran parte dei whistleblower è finita nei guai dopo soffiate cadute nel nulla.

Il caso Ferrovie Nord Milano.

“Lo scorso 15 dicembre il presidente delle Ferrovie Nord di Milano Andrea Gibelli, a conclusione di un anno orribile per l’azienda e a nome del nuovo management, ha lanciato l’«operazione trasparenza», basata sul «nuovo Codice Etico che promuove e incoraggia la pratica del whistleblowing». Nel 2015 il gruppo Fnm è stato travolto dallo scandalo giudiziario delle spese pazze che ha decapitato i vertici. A denunciare il malaffare è stato un dipendente dell’azienda controllata dalla Regione Lombardia: Andrea Franzoso, funzionario dell’audit, la valutazione interna. Franzoso è un whistleblower. Ma prima di raccontare la sua vicenda, La Stampa ha fatto un esperimento: andando a verificare chi è il referente etico, abbiamo provato a vedere come funziona l’indirizzo referenteetico@fnmgroup.it. Tutte le mail ci sono tornate indietro. Qualcosa non va nel sistema di whistleblowing di Fnm. Il nuovo management avrebbe dovuto marcare una discontinuità rispetto al passato, in realtà Franzoso è finito prima isolato, poi demansionato. Ha chiesto inutilmente di poter lavorare, invece, sostiene nel ricorso al Tribunale del Lavoro, è stato tagliato fuori e relegato in un ufficio creato ad hoc dove ha «mansioni impiegatizie».


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