Cronaca Italia

“Così ho violentato le mie vittime”: i racconti choc degli stupratori

"Così ho violentato le mie vittime": i racconti choc degli stupratori

“Così ho violentato le mie vittime”: i racconti choc degli stupratori

MILANO – “Sono un porco e mi piace fare certe cose. La stranezza aumenta il piacere”. “L’ ho obbligata a un rapporto s******e orale sotto la minaccia di una pistola. Volevo avere il suo controllo”. “Ho avuto tutte le donne che mi servivano. Un centinaio. Mi bastava vederle al bar, in giro. Erano il mio sfogo”. Sono questi alcuni dei racconti emersi dal carcere di Bollate (Milano). A farli sono i detenuti dell’unità di trattamento intensificato. Quelli “del Giulini”, li chiamano così in carcere. Paolo Giulini è il criminologo, presidente del Cimp, Centro italiano per la promozione della mediazione, che undici anni fa ha elaborato un progetto per trattare questi detenuti condannati per stupri o pedofilia. “Lo scopo è evitare che una volta fuori facciano altre vittime”.

Premiato dal pubblico al Festival dei Popoli di Firenze, il regista Claudio Casazza si è occupato del teme con il documentario “Un altro me”. Il regista è entrato con la sua telecamera nel reparto dedicato ai cosiddetti sex offender del carcere di Bollate e ha seguito, in un percorso di riabilitazione sperimentale e innovativo, un gruppo di uomini rei d’aver commesso reati s******i, accompagnati da criminologi e terapeuti.

Come scrive Nicola Calicchio per La Gazzetta di Modena,

Un racconto forte e unico di come la violenza sulle donne sia vista dall’altra parte, quella che spesso nessuno vuole sentire. «Non ho fatto questo film per inviare un massaggio – spiega il regista Claudio Casazza – A me interessava raccontare questo tipo di percorso che i detenuti fanno nel carcere di Bollate. Ho conosciuto un criminologo che ha creato un trattamento unico in Italia e mi interessava capire il rapporto tra chi è in carcere e chi si adopera per il suo recupero».

Chi sono queste persone?
«Sono tutte, di qualsiasi età, varie estrazioni sociali, del nord e del sud, poveri e ricchi. Di tutto di più. Non c’è uno stereotipo che commette questo misfatto. Il mio inoltre è un film aperto, che non dà risposte ma pone domande».

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