Blitz quotidiano
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Domenico Quirico: “Ho visto i cadaveri dei miei aguzzini, ecco cosa provo”

ROMA – Domenico Quirico, il giornalista de La Stampa rapito in Siria e poi liberato, ha rivisto i suoi aguzzini. Morti, glieli ha mostrati un uomo di Hezbollah in Libano, dove si è recato per raccontare la guerra e dove lo hanno chiamato per dirgli che i suoi sequestratori erano stati uccisi. Non prova rancore, non c’è rabbia nel lungo articolo che ha scrito per La Stampa: 

Guardo questi cadaveri fissati per sempre, e i tre anni da allora, da quando li ho visti vivi e arroganti e ghignanti nell’esercizio del Male, diventano niente. Il bene e il male dovrebbero riequilibrarsi sennonché il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O meglio mi accorgo ora che si sovrappongo l’uno all’altro senza mescolarsi come due liquidi di diversa entità.

Non è paura. Sono venuto a Beirut inseguendo una notizia: gli uomini di Hezbollah, che combatte in Siria a fianco dei soldati di Bashar Assad, hanno ucciso i tuoi sequestratori. Non somiglia al timore, piuttosto a un avvertimento dell’istinto. Quando mi sono seduto davanti a questo capo della sicurezza di Hezbollah che ha partecipato alla operazione a Damasco ho cercato di fermare la mia attenzione, di raccogliermi come per un esame di coscienza. Ma quanto ho visto con quello sguardo interiore di solito così calmo, così penetrante che trascura il particolare e va subito all’essenziale, non è la mia coscienza. Adesso sembra scivolare sulla superficie di un’altra coscienza, sino ad ora per me sconosciuta: uno specchio torbido dove all’improvviso ho creduto di veder sorgere visi. Visi ritrovati, dimenticati.

«Ecco, guarda sono loro. Ora non possono più fare del male a nessuno. Il loro errore è stato sequestrare un prete libanese, il vescovo ha chiesto aiuto ad Hezbollah, sapevano chi erano e dove erano, li abbiamo trovati e uccisi. Uno è sopravvissuto, ha confessato quanto ha confessato: che a Yabrud avevano tenuto in ostaggio due stranieri, un italiano, e tutto il resto. Il prete, come te, è vivo». Adesso sono qui, faccio scorrere una dopo l’altra queste foto di morti, straziati, insostenibili nel loro incorreggibile orrore, come se cercassi di animarli in una sequenza delle antiche lampade magiche. Sono pieno di uno smarrimento quasi assoluto. Mi pare di nuotare nel buio come in un’acqua pigra e lenta che scorre senza meta. Giro piano piano su me stesso in questa tenebra senza appigli. Sono cosciente solo del mio sguardo. Sì, questo è innegabilmente il volto di quello che si faceva chiamare Abdallah, è il suo naso a punta quello che sporge ora rigido e verdastro dalla piccola pianura della sua faccia devastata, è così vicino ai miei occhi che il mio respiro arriva alla sua pelle smorta. Più vicino di quando mi aveva puntato la pistola alla tempia per un falsa esecuzione. Allora non avevo prestato attenzione alla sua bocca, una bocca fine, sottile, nei cui angoli fortemente stretti c’è anche un dolore così vivo che credevo di essermi sbagliato; quella bocca sembra trattenere ancora con violenza gli urli di dolore per non sgorgare come in un rosso zampillo che avrebbe sommerso il mondo.