Blitz quotidiano
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E’ incinta, abilitazione medica in ospedale negata

TORINO – Niente abilitazione medica perché incinta. Ginevra, una giovane donna di 30 anni laureata in medicina a Torino, si è vista negare il tirocinio obbligatorio di tre mesi (due in reparti di medicina e chirurgia, uno nello studio di un medico di base e un test a crocette) perché è incinta e nel “suo stato”, dicono dal Cto (Centro traumatologico ortopedico) potrebbe contrarre un’infezione. “Sono stata paragonata a un tirocinante con la tubercolosi”, obietta lei, e sottolinea: “In ospedale ho guanti e mascherina e le stesse infezioni potrei prenderle sul pullman così come in coda alle poste”.

La vicenda, riferisce Noemi Penna sul quotidiano piemontese La Stampa, è iniziata gradualmente, per poi sfociare in un netto rifiuto da parte dell’ospedale in cui Ginevra avrebbe dovuto fare il suo tirocinio, obbligatorio per ottenere l’abilitazione di medico.

“La visita di medicina del lavoro mi ha ritenuta idonea con limitazioni, ovvero con la raccomandazione di non essere inserita in reparti a rischio come l’infettivologia e il pronto soccorso. E invece tre giorni dopo mi hanno chiamato per chiedermi come avrebbero potuto rimborsarmi l’iscrizione all’esame, visto che non potevo sostenerlo. Com’è possibile che la gravidanza venga considerata una limitazione e mi mettano davanti alla scelta di dover decidere fra il figlio e la carriera medica? Questa è una discriminazione”.  

La situazione di Ginevra è stata presa in carico dall’associazione “Chi si cura di te?”, che si occupa dei diritti e delle tutele degli specializzandi in medicina, che non sono più studenti ma non hanno ancora l’Ordine come garante (almeno teorico).

“Avrei potuto terminare tutto entro il quinto mese di gestazione, periodo in cui tutte le donne lavorano e invece a me non è stato permesso. Sono stata paragonata a un tirocinante con la tubercolosi”, lamenta Ginevra, che spera di recuperare con la sessione di novembre. Ma il professor Canzio Romano della Medicina del lavoro del Cto, non è dello stesso parere:

“La legge parla chiaro. La normativa limita per le donne in stato interessante l’esposizione a rischi biologici sino al settimo mese di vita del bambino. Non è discriminazione, è tutela del lavoratore ed è nostro dovere non esporla ad alcun rischio”.

Ma per Ginevra sono solo scuse:

“La loro è solo medicina preventiva: in ospedale ho guanti e mascherina e le stesse infezioni potrei prenderle sul pullman così come in coda alle poste. Se anche a novembre rifiuteranno la domanda, farò ricorso al Tar”.

 


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