Cronaca Italia

Elena Ceste uccisa in casa da Michele Buoninconti. Motivazioni della condanna: “Disegno perverso”

Elena Ceste uccisa in casa da Michele Buoninconti. Motivazioni della condanna: "Disegno perverso"

Elena Ceste uccisa in casa da Michele Buoninconti. Motivazioni della condanna: “Disegno perverso”

ASTI – Elena Ceste fu uccisa in casa sua il 24 gennaio 2014, esattamente attorno alle 8.43. Non si uccise, né fu vittima di morte accidentale. Lo scrive la Corte d’Assise d’Appello di Torino nelle motivazioni della sentenza che lo scorso febbraio ha confermato la condanna in primo grado di Michele Buoninconti. Sul fatto che sia stato il marito ad ucciderla, i giudici non hanno dubbi: il suo, scrivono i giudici, è stato “un disegno criminoso perverso”. Non solo: “Ha insinuato sospetti su di una persona che ben sapeva essere innocente”, ovvero il presunto amante della moglie, “ha tradito la fiducia dei figli, dei parenti e degli amici”. Infine ha occultato il cadavere con “modalità studiate e meditate” per impedirne il ritrovamento.

Nelle 53 pagine, fitte di particolari che ricostruiscono le indagini avviate subito dopo la scomparsa di Elena Ceste, i giudici indicano anche un movente: la convinzione di un tradimento. Ma soprattutto è la personalità di Buoninconti a finire sotto accusa: “Padre-padrone in famiglia e individuo che ha sempre mostrato la necessità di avere tutto sotto controllo”.

A incastrare l’uomo sarebbero state inoltre “clamorose contraddizioni”, in particolare sul ritrovamento degli indumenti della vittima. Abiti che di volta in volta nel racconto dell’uomo – scrivono i giudici – cambiavano tempo, luogo, tipologia. A ciò va aggiunto l’assoluto “disinteresse ad un esito positivo delle ricerche”. “Tanto non la troverete mai”, ha infatti sempre detto l’uomo. Oltre alle “espressioni ciniche, sprezzanti che usava riferendosi alla moglie”. L’imputato sarebbe più volte caduto in “incongruenze, contraddizioni e falsità” che – secondo i giudici di secondo grado – liquidano ogni ipotesi alternativa all’omicidio.

“Elena Ceste non si suicidò, né fu vittima di morte accidentale”, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza. A provarlo, tra gli altri indizi pesanti, i riscontri delle celle telefoniche. Una manciata di minuti per mettere fine alla vita  della madre dei suoi quattro figli.

Se lo stato del cadavere non ha permesso di dare una risposta certa sulle cause del decesso, il quadro probatorio va nella direzione di un delitto efferato e premeditato. Impossibile – si legge – che la donna sia giunta nel luogo del ritrovamento da sola, completamente n**a e in stato confusionale. L’uomo avrebbe scelto accuratamente la data del delitto, il venerdì 24 gennaio, suo giorno di riposo. Il martedì precedente, infatti, aveva scoperto sul cellulare della moglie alcuni sms secondo lui comprovanti il tradimento.

Ma una delle pietre tombali su un ipotetico scagionamento del Buoninconti, sarebbe venuto – secondo i giudici d’appello – dalla deposizione dell’amico Vigile del Fuoco, “usato quale strumento di depistaggio” durante una ricerca tra le campagne che Buoninconti avrebbe volutamente orientato in modo sbagliato.

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