Blitz quotidiano
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Evasi in fuga a Roma: polemica su ‘tenuta’ carceri italiane

La caccia ai due evasi dal carcere di Rebibbia di Roma continua e scatta la polemica sulle condizioni delle prigioni italiane tra sovraffollamento e sottorganico

ROMA – E’ polemica sulla sicurezza nelle carceri dopo la doppia evasione a Rebibbia a Roma, un caso che allunga una lista di 17 fughe tra il 2013 e il 2015. Ad alzare il tiro i sindacati di polizia penitenziaria, che denunciano una pesante situazione di sottorganico. Proprio nel carcere romano, con i suoi 1.400 detenuti, gli agenti dovrebbero essere 992, ma tra carenze e distacchi negli uffici sono 750, fa sapere Fp-Cgil: 240 in meno.

Spesso un solo agente vigila su 170 persone, dice il sindacato, puntando l’indice anche sulle scarse risorse per la manutenzione: 4 milioni l’anno per tutte le strutture quando ne servono 40 e solo 24mila euro per Rebibbia. Uno stato di cose messo in luce da tutte le sigle: dalla Fns Cisl, che invita ministro della Giustizia e governo a porre il problema carceri tra le priorità, all’Osapp, che descrive Rebibbia come un “colabrodo”.

Al Sappe, che parla di 7mila agenti in meno su base nazionale, alla Uilpa, che chiede “uomini e mezzi” per “tappare le falle” e citando dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), segnala un numero di reati raddoppiato dietro le sbarre (983 casi nel 2013, 1.812 nel 2015) e un forte aumento di risse e aggressioni. Dap e governo si difendono. Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, sottolinea che

“le nostre carceri sono tra le più sicure d’Europa” e quelli accaduti “sono fatti gravi, ma isolati”.

Il capo del Dap, Santi Consolo si dice

“consapevole della necessità di risorse e personale”. Ma c’è “un eccesso di allarme per l’evasione di due detenuti, che non deve creare paura nella collettività: i nostri istituti sono sicuri”.

Cansolo riferisce che dalle

“informazioni provvisorie, nel padiglione G11 di Rebibbia, dove c’erano circa 300 detenuti, gli agenti erano 9, tre per piano”.

E non elude il nodo dei sistemi di allarme da “potenziare”: a Rebibbia si sta

“verificando come mai non c’è stato l’allarme, se i sistemi sono stati collocati a regola d’arte e se la manutenzione era adeguata”.

Qualcosa, quindi, non ha funzionato. Ed è più in generale la dinamica dei fatti a sollevare interrogativi: le sbarre di un locale adibito a magazzino segate, forse con un seghetto a ferro a disposizione di uno dei due evasi che era un ‘lavorante’ e svolgeva interventi di manutenzione in carcere; le lenzuola per calarsi a terra lungo un muro di 7-8 metri; ganci rudimentali legati alle lenzuola e montati su bastoni realizzati con manici di scopa usati per arpionare il muro esterno di cinta e scavalcare altri 5-6 metri di altezza.

L’arrampicata sull’ultimo ostacolo, la rete elettrosaldata, prima di imboccare la strada e infilarsi, probabilmente in un bus. Oggi a Rebibbia emerge poi un altro episodio inquietante, denunciato dall’Osapp e confermato dal Dap: in una cella, dove è detenuto un soggetto considerato vicino al clan Fasciani, è stato trovato un cellulare.