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Evasore fiscale da 60 anni: tribunale gli sequestra 121 milioni

ROMA – Evasore fiscale da 60 anni: tribunale gli sequestra 121 milioni. Classe 1925, torinese, l’imprenditore Giovanni Perona dal dopoguerra ha fatto affari con il gotha del capitalismo internazionale, ma per il tribunale di Torino è solo un evasore fiscale impunito e seriale. I giudici gli contestano di non aver pagato le tasse dovute da almeno 60 anni: per questo gli hanno messo sotto sequestro 121 milioni di euro.

Un patrimonio, quello di Perona, giudicato in un’aula di tribunale come “spropositato” rispetto a quanto dichiarato. Per gli avvoicati quello della procura è un granchio, senza contare l’irritualità dell’accusa che attraversa i decenni. “Ha sempre denunciato i redditi. Certo, ha anche pagato i condoni e fatto rientrare fondi con lo scudo fiscale. Ma era denaro guadagnato in modo lecito all’estero”, spiega l’avvocato Mario Garavoglia.

La storia imprenditoriale di Perona raccontata da Claudio Laugeri su La Stampa sembra uscire da un romanzo sul capitalismo: nel ’43 l’esordio con la ditta di autotrasporti al servizio della Venchi (cioccolato), poi l’edilizia, quindi il siderurgico. Segue l’itinerario del boom economico, finisce per “guadagnare troppo” tanto che Iri-Finsider gli toglie la concessione. Per lui una nuova opportunità: alla fine degli anni ’50 si butta nel minerario e fa tappa nella colonia portoghese di Goa, un attimo prima di diventare indiana.

In quegli anni, Perona incominciò a utilizzare società fiduciarie per «schermare» i guadagni. Poi, c’era il problema di portarli fuori dal Goa. Per questo «Perona si era rivolto al Vaticano e, tramite i Salesiani e i Gesuiti, aveva trasferito il denaro in Svizzera, presso il Banco di Roma (Istituto di riferimento del Vaticano)», è la ricostruzione dei giudici. Previa «tangente del 40 per cento». I soldi sono rimasti in Svizzera finché non spuntò l’opportunità dello «scudo fiscale». Sfruttato nel 2003 e nel 2009, per oltre 62 milioni di euro. Soldi investiti in Borsa e moltiplicati anche quando erano già sotto sequestro. (Claudio Laugeri, La Stampa)