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Ferrara, poliziotto denuncia: “Contagiato di tubercolosi da un immigrato”

FERRARA – Un poliziotto di Ferrara denuncia: “Due anni fa sono stato contagiato da un extracomunitario malato di tubercolosi allo stadio finale”. Da allora l’agente, che lavora con gli immigrati nella fase di prima accoglienza, ha fatto richiesta di equo indennizzo ma è ancora in attesa di una risposta dal ministero.

A Rita Bartolomei del Resto del Carlino ha raccontato la sua vicenda, o meglio, quello che lui, che ha scelto di mantenere l’anonimato “per difendere la mia famiglia”, definisce “il mio incubo”.

Come l’ha scoperto?
«Da un telex del ministero. Diceva che in un gruppo di immigrati, sbarcati sulle nostre coste e poi arrivati al nord, c’era un caso di tubercolosi ormai contagiosa. Quella persona era passata anche da noi. Si è messa in moto la macchina sanitaria interna. Ci hanno fatto il test di Mantoux, sì quello sul braccio, per verificare chi fosse già positivo».

E lei?
«Sono risultato negativo. Quindi si è accertato che non ero mai venuto a contatto con il batterio. A distanza di 15-20 giorni abbiamo ripetuto l’esame. Ero diventato positivo. Contagiato».

Quando gliel’hanno detto come si è sentito?
«Sono stato preso alla sprovvista. Il giorno dopo sono andato all’ospedale, reparto malattie infettive. Il primario ha deciso di sottopormi a chemioprofilassi. Una cura di sei mesi. In sostanza, queste medicine dimezzano la possibilità che il contagio diventi malattia».

Oggi lei non è malato.
«Diciamo che il batterio è in forma dormiente, c’è la possibilità che si risvegli. Ho rischiato soprattutto il primo anno. Per questo ho fatto la cura. Ora l’ho finita, la malattia non si è sviluppata. Ma il batterio è presente. I miei anticorpi lo stanno tenendo a bada».

Lei, in ostaggio per sempre. Le è stata riconosciuta la causa di servizio?
«Ho fatto tutte le visite per ottenerla, aspetto la risposta, i nostri tempi sono lunghi. Ancora non ho avuto alcun riconoscimento su nessun fronte. E le medicine che ho preso me le sono pagate io».

Continua a lavorare?
«Come prima, non c’è nulla d’invalidante. Sono stato male quando mi curavo, i farmaci erano potenti. Ma non sono contagioso. Ipotesi esclusa. Almeno oggi».

Si dovrà controllare per sempre.
«Mi dovrò ascoltare. Ogni volta che c’è qualcosa… il pensiero può venire. È capitato. Una notte mi sveglio, sangue dalla bocca, una tazzina, come dicono i medici. Vado al pronto soccorso, spiego il mio problema, mostro le carte. Mi fanno tutti i controlli, il dubbio c’era, va a finire che questo si è preso la tubercolosi e si è bucato i polmoni hanno pensato…».

Invece no, per fortuna.
«Era un’altra cosa, un effetto delle medicine contro la Tbc». Sorride: «Sì, mi sono preso paura».

(…) Che sentimenti prova per chi l’ha contagiata?
«Penso sia un poverocristo. Andava aiutato prima. Nessuno ha mai accertato che fine abbia fatto e dove sia».

Inquietante. Oggi cosa chiede?
«Il riconoscimento che qualcosa può non funzionare per mille motivi. Non è stato un dolo, ma qualcuno ha una colpa per quel che è successo. Vorrei fosse riconosciuto questo, che c’è stato un problema. Nessun desiderio di vendetta».


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