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Finmeccanica: 4 anni e mezzo a Orsi e 4 a Spagnolini

MILANO – Quattro anni e mezzo di carcere per Giuseppe Orsi e quattro anni per Bruno Spagnolini. Si è concluso così il processo di secondo grado di Finmeccanica, con al centro presunte tangenti per un appalto da 560 milioni di euro per la vendita al governo di Delhi di 12 elicotteri. L’ex presidente e ad di Finmeccanica e l’ex ad di AgustaWestland sono stati riconosciuti responsabili anche del reato di corruzione internazionale.

Dopo sette ore di camera di consiglio la seconda Corte d’Appello di Milano, Marco Maiga presidente, Alessandra Galli e Concetta Locurto giudici a latere, ha riformato il giudizio del Tribunale di Busto Arsizio che nell’ottobre 2014 aveva condannato i due ex manager a 2 anni di reclusione solo per false fatturazioni.

La sentenza di giovedì 7 aprile ha lasciato impietriti Orsi e Spagnolini e ha portato i loro difensori a dire che è “una condanna incomprensibile, nulla e fuori dall’Europa”, in quanto in base a un principio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo un verdetto che ribalta quello di primo grado non può essere pronunciato “se non vengono riassunte oralmente le prove in aula”.

I giudici hanno poi contestato ai due il reato di false fatturazioni in relazione ai contratti con la Ids Tunisia per gli anni 2008-2011 (uno in più rispetto al primo grado) per oltre 14 milioni di euro. Hanno inoltre revocato la sospensione condizionale a entrambi e a Orsi non hanno concesso le attenuanti generiche. Infine hanno ritoccato al ribasso la provvisionale da versare all‘Agenzia dell’Entrate, che da 1 milione e mezzo è scesa a 300 mila euro, e hanno confermato la confisca di 7,5 milioni di euro e le pene accessorie.

La sentenza di oggi ha in pratica riscritto il cuore del processo, contestando a Orsi e Spagnolini anche la corruzione internazionale riformulata, però, per atti non più contrari ai doveri di ufficio ma conformi ai doveri di ufficio e dunque perpetrata nell’esercizio delle loro funzioni. In pratica, pare di capire che per i giudici sarebbero state versate alla amministrazione indiana somme per fare qualcosa, come ha spiegato Ennio Amodio, difensore di Orsi, “che era doveroso”.

Probabilmente dalle carte processuali non emerge chiaramente come la modifica del capitolo tecnico relativo alla quote di volo, che aveva portato alla assegnazione della gara ad AgustaWestland, fosse o meno un atto contrario ai doveri d’ufficio.

“Con una sentenza davvero sorprendente – hanno commentato con una nota Amodio e i colleghi Novella Galantini e Massino Bassi – la Corte di Appello di Milano ha ribaltato la pronuncia del Tribunale di Busto Arsizio affermando che sarebbe configurabile una corruzione internazionale confermando però che non è stato commesso alcun atto per alterare la gara in India”.

Per i legali “evidentemente la corte milanese, non riuscendo ad individuare alcuna irregolarità nella procedura indiana che ha consacrato il successo di AgustaWestland, si è rifugiata in una tesi minimale che suona sostanzialmente così: Guido Haschke, il supposto intermediario di tutta l’operazione, ha sempre negato che vi sia stato alcun pagamento a pubblici ufficiali indiani, ma, fuori delle aule giudiziarie, ha espresso il timore di poter essere coinvolto in vicende di carattere penale. Sulla base di questi elementi congetturali la Corte avrebbe costruito un fatto riconducibile all’illecito previsto nelle gare internazionali”.

“Da qui la nullità di una sentenza – proseguono i difensori dei due imputati – che nel merito trasforma una poltiglia indiziaria in un costrutto inidoneo ad assumere dignità di prova e che è viziata sul piano delle garanzie in quanto, avendo modificato la qualificazione del fatto, la Corte avrebbe dovuto dare alle parti il potere di interloquire sulla nuova dimensione dell’accusa”. La difesa farà ricorso, certa che la sentenza di oggi non reggerà il giudizio della Cassazione.