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Fortuna Loffredo, l’ultima di Caputo: “L’ha buttata l’amica”

NAPOLI – Fortuna Loffredo, Raimondo Caputo lancia un’altra accusa. Secondo l’uomo accusato delle violenze e dell’omicidio della bimba di Caivano, a buttare giù Fortuna sarebbero state la compagna Marianna Fabozzi e una delle sue figlie, la migliore amichetta della piccola. Ne parla Il Mattino:

Un fiume in piena: parlando con l’avvocato Salvatore Di Mezza (che per questo ha rimesso il mandato quale suo difensore, mantenendo però quello della compagna Marianna Fabozzi) Titò all’improvviso sbotta: «Avvocato io non c’entro. A uccidere Fortuna è stata la sua amica del cuore, figlia di Marianna». Un’accusa agghiacciante, rivolta verso una delle bambine che lo incolpano del delitto. Un’accusa così incredibile che potrebbe sembrare persino veritiera. Ma meno di ventiquattro ore dopo, sempre nel corso di un colloquio con il suo ormai ex legale, cambia versione. E dice: «L’altra volta non ho ricordato bene. Con tutti questi medicinali che mi danno, perdo i colpi. A gettare giù quella bambina sono state Marianna e la figlia. Ma non so dirvi ancora il motivo giusto. Forse perché tra Marianna e la mamma di Fortuna c’era amicizia solo in apparenza, ma in realtà la mia convivente non la poteva soffrire». Ma la mente di un assassino, vero o presunto tale, pur di allontanare sospetti, può sfornare alibi e presunti colpevoli a getto continuo. Venerdì scorso, arriva il Caputo pensiero numero tre. Tito fa uscire definitivamente dalla scena del delitto la figlia di Marianna e incolpa dell’omicidio solo la sua convivente: «È stata Marianna ad uccidere Fortuna, come ha fatto anche per il figlio». Il riferimento è al piccolo Antonio Giglio, precipitato il 27 aprile 2013 dalla finestra dell’appartamento della nonna, Angela Angelino, al settimo piano dell’isolato 3). Un’accusa, forse più circostanziata, che induce l’avvocato Salvatore Di Mezza a rimettere il suo mandato per un ovvio conflitto di interesse, quale difensore della Fabozzi. Queste dichiarazioni, si è scoperto poi, erano contenute in una lettera, scritta da un detenuto sotto dettatura di Raimondo Caputo e inviata qualche giorno prima delle «confidenze» all’avvocato Di Mezza alla Procura di Napoli, titolare dell’indagine sulla morte di Antonio Giglio.

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