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Furti in casa, la banda della Bassa Atesina tradita da un selfie

BOLZANO – La banda della Bassa Atesina tradita da un selfie. Venti cittadini albanesi sono stati arrestati grazie ad un errore banalissimo: si sono scattati un autoscatto con un tablet rubato durante uno dei loro 14 furti in appartamento. La vittima proprietaria del tablet l’ha ricevuta e così i carabinieri sono riusciti a risalire ai ladri.

I criminali, infatti, non si sono accorti che il tablet era collegato ad una cartella remota installata sul computer del suo proprietario, che così si è ritrovato in una bella foto direttamente sul proprio pc il volto dei ladri, con tanto di geolocalizzazione.

Racconta Alan Conti sul quotidiano l’Alto Adige: 

La banda aveva una gerarchia ben definita e tutta la refurtiva veniva messa nelle mani dei vertici che la rivendeva attraverso canali illegali monetizzando i colpi. Il fil rouge di tutti i furti è legato alla tecnica. Il gruppo, infatti, metteva una poltrona o un divano attaccato alla porta d’ingresso dell’alloggio per scongiurare ingressi improvvisi durante il colpo. In Bassa Atesina delle indagini si è occupata la compagnia di Egna guidata da Renzo Tovazzi. I 14 colpi ricostruiti sarebbero tutti avvenuti nel periodo tra novembre e dicembre 2015. In particolare la tecnica del mobile appoggiato alla porta è stata registrata in diversi episodi denunciati nella città di Laives. In tutto, comunque, l’«operazione Selfie» gestita dai carabinieri di Trento ha portato al provvedimento di reclusione in carcere per 20 cittadini albanesi. In dieci sono già stati arrestati e trasferiti nei vari carceri del Nord Italia mentre 7 risultano essere rientrati in Albania. Per loro è stato spiccato un mandato d’arresto internazionale. Altri tre, infine, risultano latitanti.

I militari hanno inoltre quantificato in 200.000 euro il giro d’affari gestito dalla banda. Al momento dell’intervento 25.000 euro in contanti sono stati sequestrati assieme a monili e gioielli frutto dei recenti furti.

(…) Il modus operandi della banda, dunque, è stato ricostruito nel dettaglio. Prima di tutto si procedeva con un sopralluogo accurato dell’obiettivo poi si passava al procacciamento di un mezzo di trasporto per l’avvicinamento e la fuga. Tutte le strade attorno alle case venivano perlustrate con cura per capire dove poter nascondere la refurtiva. L’allontanamento nelle ore immediatamente successive al colpo, infatti, doveva essere il meno visibile possibile. In caso di controlli da parte delle forze dell’ordine non potevano farsi trovare in pos della refurtiva appena denunciata.

Finite le operazioni preliminari, si passava alla scelta degli strumenti adatti allo scasso e allo studio delle modalità per l’occultamento e il riciclaggio del materiale sottratto. A quel punto, a quadro completo, si capiva se era necessario qualcuno di esterno alla banda per mettere a segno il colpo. Tutto studiato in modo certosino. A parte quel selfie di troppo.


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