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Giuseppe Uva, giudici: “Non picchiato dalle forze dell’ordine”

MILANO – Le forze dell’ordine non hanno picchiato Giuseppe Uva. E’ quello che sostengono i giudici della Corte d’assise di Varese che hanno ritenuto “l’insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere” Uva da parte, appunto, delle forze dell’ordine. Lo si legge in un passaggio delle motivazioni, in pos dell’Ansa, della sentenza con la quale sei poliziotti e due carabinieri sono stati assolti dall’accusa di omicidio preterintenzionale e altri reati nei confronti dell’operaio, morto nel giugno del 2008 dopo essere stato portato in caserma.

“La perizia medico-legale e l’audizione dei consulenti tecnici di ufficio e delle parti – scrivono i giudici in relazione all’accusa di omicidio preterintenzionale – consentono di escludere in maniera assoluta la sussistenza di qualsivoglia lesione che abbia determinato o contribuito a determinare il decesso di Giuseppe Uva”. Per i giudici, “il fattore stressogeno, da taluni dei consulenti ritenuto causale o concausale di uno stress psicofisico, non può essere attribuito alla condotta degli imputati”, imputati che “non avevano la coscienza e la volontà di percuotere o di ledere Giuseppe Uva”.

Giorni fa, a giugno, la sorella di Giuseppe Uva è stata assolta dall’accusa di aver diffamato militari e poliziotti perché pur essendo responsabile di “condotte eccedenti la liceità” ha commesso “un errore determinato dalla situazione di oggettiva opacità delle indagini”.

Lo ha messo nero su bianco il giudice di Varese Cristina Marzagalli nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 18 aprile ha assolto Lucia Uva nel processo con al centro alcune dichiarazioni della donna mandate in onda nell’ottobre 2011 nel programma televisivo Le Iene, frasi scritte su Facebook e un’intervista nel documentario ‘Nei secoli fedele’. Il processo è scaturito da una querela presentata in passato dai due carabinieri e dai sei poliziotti che lo scorso 15 aprile sono stati assolti dall’accusa di omicidio preterintenzionale nel processo con al centro la morte di Giuseppe Uva.

“Lucia Uva ha individuato gli appartenenti alle forze dell’ordine quali autori del fatto ingiusto – scrive il giudice – e ne ha fatto bersagli della sua indignazione con condotte eccedenti la liceità. In realtà essi non hanno alcuna responsabilità per la situazione di incertezza creatasi – prosegue – anzi ne sono a loro volta vittime”.     Secondo il giudice, quindi, “le carenze investigative e l’atteggiamento oppositivo del pm” all’epoca titolare delle indagini sulla morte di Uva “hanno comprensibilmente indotto Lucia Uva a sospettare l’esistenza di una verità scomoda e a sospettare che gli apparati dello Stato stessero coprendo un commesso dai suoi funzionari”.