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Guerrina Piscaglia, padre Gratien Alabi condannato a 27 anni

AREZZO – E’ stato condannato a 27 anni per omicidio e soppressione di cadavere frate Gratien Alabi, il religioso congolese accusato di aver ucciso e fatto sparire Guerrina Piscaglia, 52 anni, il primo maggio 2014 a Ca’ Raffaello, una località dell’Appenino in provincia di Arezzo, al confine con Emilia Romagna e Marche.

La Corte d’assise di Arezzo ha così accolto la quantificazione della pena richiesta del pubblico ministero Marco Dioni. Il religioso di origine africana era presente in aula ed è rimasto impietrito alla lettura della sentenza.

“Ora dica dove ha messo il corpo”: a chiederlo, riferendosi a padre Gratien Alabi, è il marito della donna, Mirko Alessandrini. “Avevo il cuore a duemila e pensavo di morire”, ha detto l’uomo dopo la sentenza. “Mia moglie non c’è più, ma ha avuto giustizia nel suo cinquantaduesimo compleanno”, ha detto. Gratien Alabi, ha poi aggiunto, “ha tradito la fiducia di tutti noi: lo avevano accolto come un amico”.

La sentenza prevede anche il pagamento di una provvisionale da parte di Alabi al figlio di Guerrina e di Mirko Alessandrini.

LA REAZIONE DEL FRATE – “E’ solo il primo passo: si tratta del primo grado di giudizio e faremo appello”: così l’avvocato Rizzieri Angeletti, difensore di padre Alabi. Il legale si è detto “soddisfatto” della propria linea difensiva ed ha riferito che il frate non si sente di commentare la sentenza: il religioso ha ascoltato la lettura del dispositivo visibilmente provato e con gli occhi lucidi.

L’ACCUSA –  Per padre Gratien Alabi il pubblico ministero Dioni aveva chiesto 27 anni considerando prove l’sms mandato dal cellulare di Guerrina dopo la sua sparizione ad un numero che solo il frate conosceva, l’invenzione del personaggio di zio Francesco, e anche il comportamento del religioso dopo la scomparsa di Guerrina. Secondo il pm, infatti, con il suo comportamento il frate ha volutamente sviato le indagini.

La difesa aveva chiesto invece l’assoluzione perché ritiene che non ci siano elementi contro il frate ma soprattutto “i pochi raccolti non vanno al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il verdetto arriva dopo un processo che va avanti da circa un anno.