Blitz quotidiano
powered by aruba

Guerrina Piscaglia, sorella: “Padre Gratien dica dov’è il corpo”

ROMA – Dov’è il corpo di Guerrina Piscaglia? E’ quello che si chiede la famiglia della donna scomparsa l’1 maggio del 2014. Padre Gratien, il sacerdote congolese che seguiva la donna, è stato condannato per omicidio e occultamento di cadavere. Ma la sentenza soddisfa solo in parte la famiglia della donna: vorrebbero una tomba su cui piangere Guerrina. “Un po’ di giustizia è stata fatta, ma vogliamo sapere dove si trova il corpo di Guerrina”, dice Loredana Piscaglia, la sorella. “Che si decida a parlare, vogliamo portarla a casa”, dice, “Non si può vivere una vita così, senza sapere niente”.

“Mia moglie non c’è più, ma ha avuto giustizia nel suo cinquantaduesimo compleanno”, ha detto Mirko, il marito di Guerrina, dopo la sentenza. Gratien Alabi, ha poi aggiunto, “ha tradito la fiducia di tutti noi: lo avevano accolto come un amico”. La sentenza prevede anche il pagamento di una provvisionale da parte di Alabi al figlio di Guerrina e di Mirko Alessandrini.

LA REAZIONE DEL FRATE – “E’ solo il primo passo: si tratta del primo grado di giudizio e faremo appello”: così l’avvocato Rizzieri Angeletti, difensore di padre Alabi. Il legale si è detto “soddisfatto” della propria linea difensiva ed ha riferito che il frate non si sente di commentare la sentenza: il religioso ha ascoltato la lettura del dispositivo visibilmente provato e con gli occhi lucidi.

L’ACCUSA – Per padre Gratien Alabi il pubblico ministero Dioni aveva chiesto 27 anni considerando prove l’sms mandato dal cellulare di Guerrina dopo la sua sparizione ad un numero che solo il frate conosceva, l’invenzione del personaggio di zio Francesco, e anche il comportamento del religioso dopo la scomparsa di Guerrina. Secondo il pm, infatti, con il suo comportamento il frate ha volutamente sviato le indagini. La difesa aveva chiesto invece l’assoluzione perché ritiene che non ci siano elementi contro il frate ma soprattutto “i pochi raccolti non vanno al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il verdetto arriva dopo un processo che va avanti da circa un anno.