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Isis, condannati jihadisti dei selfie al Duomo e Colosseo

MILANO – Sono stati condannati a sei anni di carcere il giovane tunisino Lassaad Biriki, 36 anni, e il pachistano Muahhamad Waqas, 28 anni, arrestati il 22 luglio del 2015 con l’accusa di terrorismo internazionale. In particolare i due, che risiedevano nella provincia di Brescia, sarebbero gli autori di alcuni selfie di propaganda Isis vicino al Colosseo e al Duomo di Milano e minacce come “Siamo nelle vostre strade”.

Nelle intercettazioni i due parlavano di compiere attentati terroristici in Italia ed in particolare alla base Nato di Ghedi, in provincia di Brescia.

La corte ha accolto le richieste di condanna formulate dalla Procura, concedendo anche ai due imputati accusati di terrorismo internazionale le attenuanti generiche, sulla base del fatto che i due hanno rinunciato ai testimoni e quindi al dibattimento, velocizzando così il processo. I giudici hanno disposto inoltre che i due presunti terroristi a pena espiata vengano espulsi dall’Italia e si sono presi un termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni.

I due giovani, che avevano i documenti in regola e un lavoro a Manerbio, sarebbero stati anche gli autori degli ormai famosi selfie di propaganda e minacce davanti al Duomo di Milano e al Colosseo. Nelle fotografie, venute a galla sul web più di un anno fa, comparivano cartelli con le scritte “Siamo nelle vostre strade” e con minacce da parte del sedicente Stato islamico. Inoltre, stando alle indagini delle Digos e della polizia postale, i due avrebbero anche effettuato sopralluoghi attorno alla base militare di Ghedi e parlavano nelle intercettazioni anche di altri obiettivi in Italia.

Per l’avvocato difensore di Waqas, Luca Crotti, “non si può condannare una persona per il suo pensiero, per le cose che dice e se non ha compiuto alcun atto concreto. Le ricerche sul web fatte dal pakistano erano un approfondimento della sua cultura”. Ma i giudici non gli hanno dato ragione.

Nella sua requisitoria il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ha descritto gli jihadisti dell’Isis come “persone inserite, con i documenti in regola, che vivono e lavorano accanto a noi. Fanno parte dell’associazione terroristica più pericolosa e più sanguinaria al mondo e sono ancora più pericolosi perché perfettamente integrati”.

Il magistrato, poi, ha ricordato alcune intercettazioni dell’inchiesta nelle quali, ad esempio, Briki diceva di volere “entrare in una base militare in un Paese di miscredenti (…) una bella botta (…) se non ammazzo brucio un aereo”. “Io andrò se Allah vuole in traghetto”, diceva Briki, lo scorso 18 luglio prima di essere arrestato. Mentre nel tablet di Waqas, dopo gli arresti, gli investigatori hanno trovato una vera e propria “guida del mujahidin in Occidente” intitolata “How to survive in the west”. I due, ha spiegato Romanelli, stavano seguendo delle “regole” per “rendersi invisibili e il più possibile occidentali” per poi “colpire in modo anche rudimentale”, passando così dalla “militanza da tastiera a quella reale”, cercando di reperire armi come kalashnikov o fabbricare “bombe artigianali”.
(Foto Twitter)

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