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Islam, ragazza non fa hostess per il velo: “Discriminatorio”

MILANO – Ragazza non assunta come hostess per fare volantinaggio perché indossa il velo: la Corte d’Appello di Milano condanna l’azienda per comportamento discriminatorio e quindi illegittimo. Nel mirino della sentenza del tribunale milanese la agenzia di Imola Evolution Events, che nel 2013 fece un annuncio per reperire ragazze che distribuissero volantini alla Fiera di Rho, alle porte di Milano.

Sara Mahmoud, questo il nome della ragazza, inviò una sua foto nella quale indossava lo hijab, cioè il velo che incornicia il volto coprendo capelli, orecchie e collo. Poi uno scambio di email, con la società che le chiese se era disposta a scoprire il capo lasciando vedere i capelli, e con la giovane che spiegò di portare il velo “per motivi religiosi” e di non aver intenzione di toglierlo. Tutt’al più avrebbe potuto abbinarlo alla divisa.

Ma l’agenzia rifiuto di considerare la ragazza, e Sara fece causa alla società, convinta del “carattere disciminatorio per motivi religiosi e di genere” della sua esclusione. La società di Imola si difese rivendicando il diritto di selezionare le lavoratrici sulla base di esigenze estetiche e di immagine affermando che “i clienti non sarebbero mai stati così flessibili”. Sara, invece, sostenne che quando un requisito coinvolge il fattore religioso gode di una particolare tutela: può essere condizione di assunzione solo quando è essenziale alla prestazione lavorativa e il sacrificio imposto deve essere proporzionato all’interesse perseguito dall’azienda.

I giudici del Tribunale di Lodi, ai quali la ragazza si rivolse in primo grado, più di un anno dopo rigettarono la richiesta della ragazza ritenendo che tra i requisiti richiesti per ottenere il lavoro c’era quello dei “capelli lunghi e vaporosi” che coperti dal velo non sarebbero stati visibili. Nel caso di specie “la prestazione di lavoro – era stato scritto in sentenza – non si esaurisce nel distribuire volantini ma nel farlo prestando la propria immagine con le caratteristiche volute dal datore di lavoro”. Ora la Corte d’Appello di Milano ha dato ragione a Sara, condannando la società a risarcire la giovane.

Come si legge nel dispositivo che la corte d’Appello ha depositato, è “discriminatorio” il comportamento della società che nel 2013 non ha ammesso Sara, questo il nome della allora studentessa universitaria di 21 anni, “alla selezione per la prestazione di hostess nei giorni 3 e 4 marzo presso la fiera Micam”, dedicata al settore calzaturiero, “a causa della sua decisione di non togliere il velo”. I magistrati hanno quindi condannato la società “a risarcire il danno non patrimoniale subito” dalla ragazza, “liquidato in via equitativa in 500 euro”.

 

 

 


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