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La prima alpina tenente e quei 9mila € che non vuol ridare

ROMA – La prima alpina tenente e quei 9mila € che non vuol ridare. L’ingresso di Lidia Sarnataro nel corpo degli Alpini fu una di quelle cose che in piccolo segnano la storia. Era il maggio 2005 e la giovanissima Lidia divenne la prima donna graduata negli Alpini, con il grado di tenente. Di lei si occuparono giornali, si scrisse del mondo che cambiava. Ma a distanza di dieci anni da quella celebrazione è tutto finito (anzi non ancora finito) malissimo. Con Lidia Sarnataro che è in causa con lo Stato e con la Corte dei Conti che le richiede indietro una cifra relativamente modesta, 9mila euro, che il giovane tenente avrebbe avuto senza averne diritto. Lei invece dice che quei soldi le spettano e per ora tutto slitta a decisioni e sentenze future.

Una vicenda raccontata nei dettagli da Alberto Zorzi per il Corriere del Veneto:

Il suo ingresso tra le penne nere era stato trionfale: «Benvenuta, tenente Sarnataro », aveva scritto nel maggio 2005 «L’Alpino», la rivista ufficiale dell’Ana. Per lei, Lidia Sarnataro, all’epoca 27enne siciliana di Floridia (provincia di Siracusa) e laureata in Medicina a Catania, quel giuramento di fedeltà alla Patria nella caserma Salsa di Belluno del 7° reggimento Alpini della brigata Julia era un grande record: il primo ufficiale di femminile nella storia del Corpo. L’uscita, un paio d’anni dopo, è invece stata un disastro: e ancora oggi, a nove anni di distanza, saranno le aule giudiziarie e dirimere lo scontro a suon di avvocati tra il Corpo degli alpini e lo Stato da un lato e la tenente dei record dall’altro. In mezzo, oggetto della contesa, una cifra che tutto sommato non è nemmeno di quelle da perderci la testa: 9 mila e 421 euro, più 98 centesimi, per essere precisi. Ovvero i soldi che il 19 settembre 2007 Sarnataro aveva ricevuto come «premio di congedamento», previsto da una legge del 1986 per «i graduati e militari di truppa in ferma di leva prolungata».

Solo che, come spiega Zorzi, l’esperienza di Sarnataro con gli Alpini nel 2007 era già finita. La tenente se n’era andata qualche giorno prima di incassare i 9mila euro dello scandalo.

Lei se ne era andata un mese e mezzo prima, il 6 agosto, quando era finito il periodo di ferma volontaria; ma fin da subito l’amministrazione militare centrale aveva avviato delle verifiche per capire se quel versamento di 9 mila euro e spiccioli fosse in regola. Il problema – e da qui nasce la guerra giudiziaria – è che l’istruttoria, secondo la quale quel denaro non le era dovuto, è terminata il 20 settembre 2007, cioè il giorno dopo il versamento. E da allora tra il Corpo e la sua ex «golden lady» è iniziata la sfida a furia di raccomandate, una sorta di inseguimento tra gatto e topo. Il primo chiedeva la restituzione del denaro, affermando che non quel premio non fosse riconoscibile a favore degli ufficiali in ferma prefissata, posizione rivestita dalla donna durante il servizio militare. La seconda contestava la richiesta, ritenendo che solo una circolare del 18 dicembre 2007, quindi ben tre mesi dopo, avesse meglio precisato chi aveva diritto al premio e che dunque nel momento dell’erogazione quei soldi le spettassero di diritto. La tenente, dura come quella roccia delle Dolomiti che aveva imparato ad amare («Ho già fatto scalate in montagna con un istruttore, sto imparando sul Passo Falzarego e a Riva del Garda, sulle pareti zebrate », aveva raccontato nelle interviste di quel 2005), non si è piegata di fronte all’invito dei suoi superiori, né alla successiva costituzione in mora, né quando è entrata in campo la procura regionale della Corte dei Conti, che l’ha trascinata a giudizio.