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Lavoro, non si può licenziare per brutto carattere: lo dice la Cassazione

BERGAMO – Licenziare un dipendente per il suo brutto carattere non si può: la Corte di Cassazione ha condannato un’azienda metalmeccanica bergamasca a reintegrare un lavoratore licenziato per questo motivo. A renderlo noto è la Cisl, alla quale il lavoratore, un impiegato di 36 anni della valle Seriana, si era rivolto. A lui la Cassazione non solo ha riconosciuto il diritto alla reintegrazione, ma anche agli arretrati dal giorno del licenziamento.

“La completa irrilevanza giuridica del fatto (pur accertato) equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione“, hanno scritto i giudici di Cassazione nella sentenza del 20 settembre scorso. “La Cassazione – spiega Salvatore Catalano, responsabile dell’ufficio vertenze della Cisl di Bergamo – ha posto come pregiudiziale la condizione che il motivo del licenziamento sia una reato, o almeno un atto illecito, e il brutto carattere di una persona non lo è”. Il lavoratore aveva infatti in effetti tenuto un comportamento litigioso con il personale che lui stesso avrebbe dovuto formare.

La vicenda risale al 2013. L’impiegato era dipendente dell’azienda da 5 anni e venne licenziato appunto tre anni fa dopo l’ennesimo scontro con alcuni colleghi. I primi gradi di giudizio hanno dato ragione alle tesi sostenute dal lavoratore, che ha sempre sostenuto di aver subito pratiche di demansionamento, ottenendo la reintegra in servizio.

L’azienda ha fatto ricorso in Cassazione con la certezza che al massimo avrebbe corrisposto un’indennità risarcitoria al lavoratore. Invece, secondo la Suprema Corte, il comportamento del lavoratore non può essere considerato causa di licenziamento.

“Secondo la Cassazione – spiega ancora Catalano – è dunque sbagliata la tesi secondo cui, dimostrato il comportamento contestato, al dipendente spetta sempre e solo il risarcimento. Bisogna anche vedere se tale comportamento può definirsi illecito. Ebbene, se il lavoratore è semplicemente scontroso con i colleghi o con i clienti, dovrebbe essere punito solo con una sanzione conservativa e non con il licenziamento: in tal caso scatta la reintegra. Ma l’interpretazione della Suprema Corte è andata ben oltre, visto che permetterà l’ampliamento della tutela normativa nei confronti dei lavoratori. Grazie a una nostra causa la giurisprudenza supera i limiti delineati dalla riforma in senso favorevole al lavoratore”.