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Lidia Macchi, investigatore dell’epoca: Lobby Cl di depistò

ROMA – Lidia Macchi, investigatore dell’epoca: Lobby Cl di depistò.  Lidia Macchi è stata uccisa nel 1987. Per quasi 30 anni il suo assassino è rimasto libero. Lo è rimasto nonostante una lettera in cui sostanzialmente confessava il delitto e in qualche modo il suo movente. Ora che in carcere per quell’omicidio c’è finito Stefano Binda, cattolicissimo, amico della vittima, l’allora capo della squadra mobile Giorgio Paolillo ricorda quei giorni. Ricorda quanto fu difficile indagare soprattutto perché chi avrebbe dovuto collaborare se ne stava in silenzio. E peggio, quando non taceva mentiva.  Paolillo, 68 anni, oggi è in pensione. Ma quei giorni li ricorda bene e punta il dito contro una lobby che, spiega, “depistò le indagini”, un lobby di giovani di Comunione e Liberazione.

Paolillo ne parla in un’intervista a Roberto Rotondo per il Corriere della Sera. Quello che emerge è il clima ostile in cui gli investigatori si trovarono a lavorare. “Si chiusero a riccio”, ricorda Paolillo:

La nostra pista non portò a nulla, ma i ragazzi di Comunione e liberazione si chiusero a riccio. Stefano Binda, l’indagato, per me è uno sconosciuto. Non faceva parte delle persone ritenute vicine a Lidia

Il poliziotto ricorda quanto fosse difficile lavorare al caso. Perché le resistenze non erano solo dei ragazzi di Cl. Ci si misero anche la stampa e il sindaco di Varese.

Ci dividemmo subito i compiti. I carabinieri presero la pista di un maniaco che si aggirava nei dintorni dell’ospedale di Cittiglio. Venne preso un identikit. La polizia invece puntò sugli amici e l’ambiente di Lidia. Compagni di scuola, scout e soprattutto Cl. Il pm Agostino Abate ci coordinava. Ricordo che andai a Milano a parlare con Achille Serra per avere consigli».

Chi sentiste?
«Centinaia di persone. Ma i ragazzi si chiusero, erano come un riccio. Veramente poco collaborativi. Per fargli fare una dichiarazione bisognava strillare».

Fu un ostacolo alle indagini?
«Sì, la stampa cominciò ad attaccarci. Tirarono fuori la storia delle messe nere. I vertici ecclesiastici che soffiavano contro di noi. Anche il sindaco di allora, Maurizio Sabatini, era di Cl e spingeva per allontanare le indagini da quell’ambiente».

Quando le indagini puntarono su un sacerdote, Don Antonio Costabile, poi prosciolto e estraneo al delitto, fu messo in atto un vero e proprio depistaggio:

 

 «Li convocammo tutti. Prima confermarono. Ma quando iniziammo a fare domande più precise, del tipo come eravate seduti, chi era arrivato per primo, caddero in contraddizione. Li dichiarammo in arresto per falsa testimonianza. Crollarono e ammisero di essersi messi d’accordo per aiutare don Antonio. Lo fecero in buona fede, lo consideravano una brava persona. Eppure don Antonio non fu mai indagato formalmente».

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