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Luca (Sugar) Martino, cantante e sequestratore: patteggia pena a 4,5 anni

CAMPOBASSO – Per tre mesi l’ha tenuta segregata in un casolare di campagna. Fino al marzo scorso, quando con un bigliettino, la vittima è riuscita ad attirare le forze dell’ordine che l’hanno liberata e arrestato il suo aguzzino. Lui è Luca Martino, 37 anni di Petrella Tifernina (Campobasso), professione parrucchiere, ma nel capoluogo molisano è noto con il nome di Luca Sugar, perché leader di una band che proponeva cover di Zucchero Fornaciari. Ha patteggiato la pena a quattro anni e mezzo di reclusione: è stato riconosciuto responsabile dei reati di sequestro di persona, maltrattamenti e porto abusivo di arma da fuoco. Sconterà la pena ai domiciliari in provincia di Isernia.

I due si erano conosciuti su Facebook e avevano iniziato una relazione all’apparenza normale. Lui, professionista stimato e musicista per diletto. Lei, 14 anni più grande di lui, manager di concerti in piazza, con un divorzio in corso e mamma di due figlie piccole.

 Tutto fila liscio per un paio di mesi, fino a che lui non inizia a dare segni di possessività. Prende in affitto un casolare con le grate di ferro a Sepino, “un posto tranquillo in cui comporre musica”. Quel posto diventa il luogo dei loro incontri segreti. Ma ben presto si trasforma in una prigione. Luca diventa sempre più morboso e possessivo: la vuole in casa quando lui non c’è, porta via le chiavi e la chiude dentro, impedendole di uscire.

Lei inizialmente lo asseconda, taglia i ponti col passato, perde il lavoro, non vede più gli amici. Si trucca e si veste secondo il suo volere. Una volta, quando la figlia le chiede di incontrarla da sola, lui la costringe ad andare all’appuntamento indossando un auricolare collegato al cellulare in modo da poter ascoltare la loro conversazione.

Alla fine la donna capisce che deve liberarsi e ci riesce grazie a un bigliettino, passato sottobanco ad un praticante dello studio legale dove aveva avviato le pratiche del divorzio. “Aiutami, ti prego”. Di lì a poco i carabinieri bussano alla porta del casolare e la liberano. “Non potevo andarmene – racconta ai carabinieri – perché lui minacciava di fare del male alle mie figlie, aveva una pistola”.


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