Blitz quotidiano
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Luca Varani chi era? Gigolò gay o “W famiglia tradizionale”?

ROMA – Per lo spazio di qualche ora Luca Varani sul web è stato un inconsapevole portavoce del partito della “famiglia tradizionale contro l’aberrazione gay”. E’ successo quando, nel cortocircuito di informazioni parziali e infondate, qualcuno ha collegato l’ultimo post del ragazzo ancora visibile sulla sua pagina Facebook (“Dio creò Adamo ed Eva, non Adamo e Claudio, No ai matrimoni gay in Italia”) con la ricostruzione poi rivelatasi infondata di un suo “no” a un rapporto omosex a tre che avrebbe scatenato la furia omicida di Foffo e Prato. E così il nome di Varani è stato associato a uno slogan facile, pronto e buono per aizzare il dibattito social. Sempre più spesso Facebook e social vari si dimostrano perfetti per diffondere piccole opere di mistificazione come questa, o banalmente, di semplificazione del reale.

Sappiamo che la verità, anch’essa parziale, emersa finora è diversa. Luca Varani, che poco o nulla condivideva con il duo Foffo-Prato, è stato attirato nell’appartamento al Collatino da un messaggio Whatsapp inviato dal pr di feste gay Marc Prato. Questo lo scambio, secondo quanto scrive Il Messaggero:

Marco gli invia il primo sms. «Vieni che c’è roba e soldi per te». Luca risponde subito: «Quanti?». Marco: «120 euro». «Luca: «Dove ci vediamo?». Marco: «Ho una casa a disposizione tutta per noi in via Igino Giordani».

Marc conosceva Varani, Foffo no. E lo conosce come un ragazzo disponibile a vendersi per incontri di gay. E’ questo Luca Varani? O, come lo descrive la fidanzata che lo conosce da 9 lunghi anni (e non c’è motivo di dubitarne) era invece un ragazzo ingenuo, che mai si sarebbe venduto? Luca, come è ovvio, può essere stato benissimo entrambe le cose. E se ha un senso interrogarsi sulla personalità e le abitudini di Luca non è per mera curiosità ma perché chi era permetterà di capire come e perché è finito in quella casa e insieme a due ragazzi a prima vista così distanti da lui.

La storia di Luca, quella conosciuta fin qui, dovrebbe suggerirci maggior prudenza nell’affibbiare etichette “morali” a un morto, così come ci siamo più o meno affezionati alla Ashley di Firenze strangolata in casa sua a seconda che la vedessimo come la povera vittima del killer nero, immigrato e clandestino o la solita che “se l’è cercata”.

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