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Mafia Capitale, Cantone testimone: “Il Campidoglio sapeva dal 2010″

ROMA – Mafia Capitale, Cantone testimone: “Il Campidoglio sapeva dal 2010″. L’esistenza a Roma della mafia, di un gruppo criminale capace di influenza affari e commesse all’ombra del Campidoglio. Per i pm della Procura è il perno su cui si basa sostanzialmente il processo a carico di 46 persone tra cui Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Una realtà che, però, il presidente di Anac, Raffaele Cantone, non è in grado di confermare.

Sentito per oltre tre ore nell’aula bunker di Rebibbia, come testimone citato dalla difesa di Buzzi, l’ex pm napoletano anti-camorra ha detto di “poter escludere, ad oggi,” che nell’ambito dell’attività istruttoria di Anac, “di avere mai individuato e segnalato alle procure ipotesi di 416 bis, cioè l’associazione di stampo mafioso”. Una affermazione fatta rispondendo alle domande degli avvocati della difesa sul lavoro svolto in questi anni dall’Autorità anticorruzione su Roma Capitale.

“Il marcio è nella burocrazia”. Cantone, ha puntualizzato, inoltre che “non spetta all’Anac formulare ipotesi di reato. Questo lo fanno i pubblici ministeri. Noi ci limitiamo a segnalare irregolarità o criticità quando c’è un ‘fumus’ di illecito penale. A oggi posso dire che casi di 416 bis non ci sono mai capitati”. Giovanni Bianconi del Corriere della Sera riferisce riferisce un elemento importante della deposizione.

Qualche difensore tenta di fargli dire che la corruzione si annida nei gangli della Pubblica amministrazione, con l’obiettivo di rilanciare la tesi degli imputati vittime di funzionari concussori, ma il presidente del Tribunale blocca un’opinione che Cantone riferisce fuori dall’aula: «Penso che il marcio stia soprattutto nella burocrazia, ma non saprei dire in quali termini percentuali». (Giovanni Bianconi, Corriere della Sera)

Nel corso della sua audizione, Cantone ha raccontato l’attività svolta in questi anni dall’Autorità e in particolare lo ”stato di salute” degli uffici dell’amministrazione capitolina in tema di appalti. “Sul Comune di Roma – ha detto – facemmo verifiche prima dell’indagine su Mafia Capitale e già in quell’occasione le procedure negoziate (quelle in cui l’azione normativa è meno stringente ndr) erano applicate nel 90% degli affidamenti”.

Gli appalti a Roma venivano affidati con “procedure meno sicure e garantite”, ed era evidente – aggiunge il presidente Anac – l’abuso di tali procedure”. Grazie anche ad una serie di ispezioni l’Anac ha potuto costatare come in Campidoglio esistesse “una pluralità enorme di centri di costo all’interno di un’unica struttura” che “non consentivano alcun tipo di controllo della struttura stessa”.

Gestioni Alemanno e Marino: nessuna discontinuità. Per Cantone “non era sempre semplice capire chi ‘faceva cosa’ perché anche dal punto di vista della competenza c’era un po’ di confusione”. Commentando il passato recente di Palazzo Senatorio, Cantone ha ammesso che sul fronte Appalti la situazione, nella gestione Alemanno e Marino, non ha registrato cambi di rotta.

Leodori, Pd,  apprende in aula di essere indagato. E nel corso dell’udienza c’è stato anche un colpo di scena. Tra i testimoni era stato convocato anche Daniele Leodori, presidente del Consiglio Regionale del Lazio ma dopo pochi minuti dall’inizio del suo intervento il pm Luca Tescaroli ha chiesto la parola annunciando che l’esponente del Pd avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere perché indagato in un procedimento connesso.

Leodori ha così appreso che la procura ha chiesto l’archiviazione dopo averlo iscritto nel procedimento di Mafia Capitale ed è in attesa della decisione del gip. L’accusa è di concorso in turbativa d’asta e riguarda l’appalto del servizio Cup (il centro di prenotazione regionale per le prestazioni sanitarie). Dopo un breve colloquio con un avvocato, Leodori ha deciso di non sottoporsi all’audizione avvalendosi della sua facoltà di indagato.