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Mafia Capitale, superteste ritratta: “Se parlo sono morto”

ROMA – Mafia Capitale, superteste ritratta: “Se parlo sono morto”. Doppio colpo di scena al processo contro Mafia Capitale che si celebra all’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma. Roberto Grilli, lo “skipper della droga” (l’ex neofascista di 53 anni fu beccato con 500 chili di coca sulla sua barca nel 2011), ha ritrattato le dichiarazioni accusatorie del 17 dicembre 2014 nei confronti di Massimo Carminati che assisteva e non ha fatto una piega in videoconferenza dal carcere di Parma.

Subito dopo però il procuratore Tescaroli è riuscito a depositare un documento audio dal quale inequivocabilmente è emersa l’intenzione di Grilli di ritrattare per paura di essere ammazzato.

Grilli in aula ha ammesso di aver coinvolto nomi pesanti per ottenere benefici e sconti di pena consigliato dal suo avvocato, una strategia difensiva insomma. “Ho ingigantito e esagerato alcune affermazioni sul conto di Carminati, per metterlo in connessione con le mie attività di narcotrafficante. Me lo consigliò il mio ex difensore: ‘Tu metti carne al fuoco, tanto mica stai accusando Madre Teresa di Calcutta; solo così puoi ottenere il programma di protezione’. Poi però mi hanno lasciato in mezzo a una strada, e oggi sono fiero di prendermi le mie responsabilità”, ha dichiarato, giustificando la volontà di testimoniare come il prezzo per “mondarmi moralmente”.

Quando ci si disponeva a considerare la ritrattazione come un punto importante a favore della difesa di Carminati, il pm ha chiesto al superteste se avesse paura di ritorsioni da parte di Carminati. Grilli a questo punto ha negato (“Di lui no, ma di qualche scemo che pensando di fargli un favore mi viene a sparare magari sì”), il pm allora ha chiesto e ottenuto di far ascoltare in aula l’audio di una telefonata raccolta dal telefono del carabiniere che si occupava del superteste. Le sue parole cambieranno il corso della partita giudiziaria. Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera riporta il contenuto dell’audio fatto ascoltare in aula.

Il 10 giugno scorso, con il carabiniere che gli notificava la convocazione in tribunale, Grilli si lamentò: «Sono stato trattato in maniera vergognosa… Ho perso il lavoro, non ho una lira, e adesso devo confermare le mie dichiarazioni pe famme spara’ (…) Dopo che ho confermato tutte queste cose qui, io durerò una settimana là fuori. Forse dieci o quindici giorni… (…) Dopo questa botta data da me, che magari è l’ultimo chiodo pe attacca’ Carminati perché fino a adesso… robetta… io che faccio, torno sulla Cassia e gironzolo?».

E al carabiniere che gli chiede se ha subito minacce, dirette o indirette, dal suo vecchio amico, lo skipper risponde: «Capitano no, ma non serve… io so di chi stiamo parlando, probabilmente meglio di lei (…) Durerò due settimane, se vole je dico er tempo… e allora capisce che io mi voglio divertire (…) Mi divertirò a dire che tutto quello che ho detto mi è stato detto di dirlo… ».

Sembra l’anticipazione di ciò che è appena avvenuto. Grilli ascolta a testa bassa. La registrazione continua con lui che dice al carabiniere: «Dopo questa testimonianza dove vado secondo lei? A trova’ la mia compagna, col rischio che me seguono e me se fanno a me e a lei?». Il capitano chiede se Grilli «sente che c’è questo rischio», e lui s’inalbera: «Se me fa ’ste domande, me scusi, inizio a dubitare della sua competenza… ma che vor di’, stiamo a parla’ de Carminati… “sente che c’è questo rischio”… perché da un anno e mezzo non lo sento?… Ma che me pija ’n giro?». (Giovanni Bianconi, Corriere della Sera)