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Marco Di Stefano (Pd) a processo per la truffa all’Enpam

ROMA – Il deputato del Pd Marco Di Stefano a processo per la truffa all’Enpam, l’ente di previdenza dei medici. A giudizio anche i costruttori Antonio e Daniele Pulcini per la compravendita di 2 palazzi affittati alla Regione e poi venduti a prezzi gonfiati, spiega Michela Allegri sul quotidiano Il Messaggero.

Di Stefano, ex asre al Demanio della giunta Marrazzo, è stato rinviato a giudizio insieme ad altre sette persone per presunti illeciti legati ad un affare immobiliare portato a termine dai costruttori Pulcini, che, secondo quanto scrive Michela Allegri sul Messaggero, sarebbero riusciti a “cedere due palazzi all’Enpam dopo averne fatto lievitare il valore sul mercato”, realizzando in questo modo “una plusvalenza di oltre 38 milioni di euro”.

Di Stefano è accusato di truffa, falso, abuso d’ufficio e turbativa d’asta. Tra gli indagati ci sono la sua compagna, Claudia Ariano, Giuseppe Tota e Paolo Casini, dirigenti della società Lazio Service (interamente controllata dalla Regione) e il direttore generale Tonino D’Annibale.

Antonio e Daniele Pulcini sono accusati anche di corruzione: secondo quanto riferisce Allegri sul Messaggero,

avrebbero comprato la gentilezza di Antonio Caccamo, direttore del dipartimento patrimonio immobiliare dell’Enpam, finito a processo con la stessa contestazione.

Scrive ancora Allegri:

Di Stefano è stato molto potente nel vecchio Pd dei capibastone. In grado di far eleggere consiglieri comunali e regionali. Al punto di condizionare la segreteria dem del Lazio. Dopo le disavventure giudiziarie non ha smesso di occuparsi della vita del partito romano.

All’epoca dei fatti, tra il 2008 e il 2010, Di Stefano era asre al Demanio della Regione. Grazie all’intercessione del politico e dei vertici di Lazio Service, gli imprenditori avrebbero chiuso un affare milionario. Al centro delle indagini, due palazzi in via del Serafico, zona Ardeatina. Gli immobili, acquistati da imprese dei Pulcini, erano stati affittati alla Lazio Service a canoni esorbitanti. Il prezzo di locazione annuale del primo era pari a 3 milioni e 535 mila euro, quello del secondo raggiungeva i 3 milioni e 792 mila. Così il valore sul mercato sarebbe cresciuto. Come si legge negli atti del processo, Giuseppe Tota e Paolo Casini, «su determinazione di Di Stefano e dei Pulcini», avrebbero turbato la gara d’appalto promossa per la ricerca della nuova sede di Lazio Service. La commessa era stata vinta dai costruttori, nonostante la loro società «non avesse la proprietà o la piena disponibilità del bene o il suo totale godimento, come richiesto dal bando, e nonostante l’offerta avanzata fosse incongrua e non conveniente in particolare sotto il profilo del prezzo di locazione». L’Ariano, all’epoca responsabile dei servizi generali e logistica di Lazio Service, avrebbe attestato il falso in un verbale del cda. E il dg, Tonino D’Annibale, avrebbe avallato le irregolarità, procurando ai Pulcini un ingiusto profitto.

Un anno dopo, gli stessi palazzi erano stati ceduti all’Enpam. Per l’accusa, Caccamo avrebbe indotto in errore il consiglio di amministrazione dell’Ente, promuovendo l’acquisto. In cambio, avrebbe ottenuto dai Pulcini, a prezzo scontatissimo, la porzione di un convento del ’500 a Trastevere. Resta aperto il filone in cui Di Stefano è accusato di corruzione. Avrebbe intascato una tangente da 1 milione e 800 mila euro dai costruttori, tramite il collaboratore Alfredo Guagnelli, faccendiere dalle amicizie pericolose, sparito nel 2009. E i pm indagano contro ignoti per omicidio. «Sono estraneo ai fatti – dice Di Stefano – confido nella magistratura, potrò difendermi».