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Marco Vannini, testimoni al processo: “Si aggrappava a noi e…”

ROMA – “Marco Vannini si aggrappava a noi e chiedeva aiuto“. Lo straziante racconto è di uno dei soccorritori del 118, Cristian Cutini Calsiti, 38 anni, ascoltato come testimone al processo contro la famiglia Ciontoli.

Marco, 20 anni, è morto in seguito a un colpo di pistola partito all’interno della casa della fidanzata a Ladispoli. A premere il grilletto sarebbe stato il padre di lei, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina con incarico nei servizi segreti, da dove è stato cacciato dopo il tragico episodio.

Era una sera di maggio e Marco era a cena a casa Ciontoli con la fidanzata. La famiglia ha sempre sostenuto che il colpo fosse partito per errore, ma suscita molte perplessità il notevole ritardo con cui si sono decisi a chiamare i soccorsi. Marco Vannini è morto dopo ben tre ore di agonia.

Per questo motivo l’intera famiglia Ciontoli è finita a processo con l’accusa di concorso in omicidio volontario. Secondo l’accusa, infatti il giovane, mentre si trovava nell’abitazione della fidanzata, è stato raggiunto da un colpo di pistola sparato da Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare, padre di Martina. Con loro a processo anche il secondo figlio Federico e la madre Maria Pezzillo. Di omissione di soccorso risponde invece la sola Viola Giorgini, fidanzata di Federico.

Quella sera, racconta a processo il paramedico, Vannini era sdraiato all’ingresso e diceva: “Mi chiamo Marco, ho dolore dappertutto”. “Quando era agitato alzava le braccia e ci stringeva appena noi ci avvicinavamo. Mentre veniva visitato ripeteva di continuo: “Aiuto ragazzi, aiuto”.