Blitz quotidiano
powered by aruba

Maria Elena Boschi: interrogata 10 minuti Pm senza computer?

ROMA – Maria Elena Boschi sotto il torchio dei pm di Potenza? Quanto è durato l’ interrogatorio? Secondo i resoconti diffusi lunedì 4 aprile 2016 è durato 2 ore.

Secondo fonti di Palazzo Chigi cui dà voce Alberto Gentili sul Messaggeroè andata un po’ diversamente:

“L’incontro con i magistrati lucani «è durato 2 ore, ma di queste un’ora e cinquanta sono stati spesi dai pm per cercare un computer e dieci minuti in domande da cui Maria Elena è uscita alla grande»”.
Valentina Errante conferma sullo stesso giornale nella cronaca giudiziaria:
“Tra problemi tecnici, formalità e verbalizzazioni, l’audizione del ministro per le Riforme e i Rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi, persona informata sui fatti nell’inchiesta per associazione a delinquere, corruzione, traffico di influenze e disastro ambientale, che fa trematre il governo Renzi, si sia conclusa in poco più di dieci minuti. Di fatto tra scambi di convenevoli e tecnicismi, nell’ufficio al terzo piano di Largo Chigi, tutto si è concluso in circa mezz’ora. Da un lato della scrivania la giovane ministra, che dopo avere chiesto di anticipare i tempi dell’incontro per evitare la tensione e la pressione di giornali e tv, non ha perso lo smalto, dall’altro, il procuratore di Potenza Luigi Gay, il magistrato della Dna Elisabetta Pugliese, i pm Francesco Basentini e Laura Triassi, il capo della squadra mobile Carlo Pagano, per chiedere e capire perché quell’emendamento, voluto dalla Total e promosso da Gianluca Gemelli, imprenditore a caccia di subappalti e fidanzato della sua ex collega Federica Guidi, sia stato condiviso anche da lei, oltre che dall’ormai ex ministro per lo Sviluppo economico, travolta dall’inchiesta e costretta alle dimissioni”.
Non si sa come finirà la vicenda giudiziaria, nonostante la sicurezza ostentata da Matteo Renzi e dai suoi. Renzi è «arci convinto», dopo l’interrogatorio della Boschi, che la sua ministra «non verrà indagata»: «Non ce n’è il minimo presupposto», sostengono a palazzo Chigi”.
C’è comunque stata una conseguenza della guerra interna nel Pd scatenata dalla vicenda del petrolio in Lucania è certa:
“La sparizione dal toto nomi per il ruolo di ministro dello Sviluppo, ormai libero dopo le dimissioni di Federica Guidi, di qualsiasi esponente della sinistra Pd. Più probabile l’up-grading dell’attuale vice, Teresa Bellanova. Oppure la nomina di Marcella Panucci o Antonella Mansi, entrambe provenienti da Confindustria“.
La sintesi della cronaca di Alberto Gentili è nel titolo:
“Il premier vede un disegno organico ma non vuole la guerra con le toghe
Palazzo Chigi teme possibili manovre contro l’esecutivo: i verdetti siano rapidi.
Mattarella non crede a crisi di governo Dubbi su De Vincenti ministro: resti dov’è”.
La vicenda, nota Alberto Gentili,
“si fa di ora in ora più indigesta, al premier-segretario è sfuggita la frizione e ha inquadrato nel mirino la Procura di Potenza:
«Le indagini sul petrolio si fanno ogni quattro anni, come le Olimpiadi. Ma non si è mai arrivati a sentenza. Questo non è da Paese civile»”.
Secondo Renzi questo non è stile Berlusconi, che non nomina ma dal quale prende le distanze, dicendo che non ci sono attacchi a testa bassa contro i giudici:
“Quelli li facevano Berlusconi & C. Io non partecipo a scontri personali con i pm. Gli altri parlavano di legittimo impedimento, io dico: “Avete qualcosa da chiedermi? Interrogatemi””.
Offrendosi come il bersaglio grosso, caricandosi sulle spalle la responsabilità di aver autorizzato le estrazioni petrolifere, nota Alberto Gentili,
“Renzi declina meglio «quell’emendamento è mio» scandito domenica in tv. Una mossa che serve per alzare uno scudo a difesa della Boschi: «Perderla sarebbe un disastro, indebolirebbe l’esecutivo». E per togliere forza alle opposizioni: «Sapendo che in gioco c’è la durata della legislatura, non saranno poi tanti i parlamentari pronti a votare sì alla sfiducia…».
Ma che la posta in gioco sia altissima, che la vicenda Tempa rossa bruci maledettamente, Renzi lo dimostra dedicandole il cuore della relazione alla direzione del Pd. Un intervento suonato come una vera e propria arringa difensiva. Spiegando il «ruolo importante» della multinazionali con tanto di slide. Elencando una ad una tutte le opere sbloccate: «Rivendico ogni legge, ogni emendamento». E, vista la difficoltà, aprendo alla libertà di coscienza per il voto sul referendum anti-trivelle”.