Cronaca Italia

Massimo Bossetti, avvocato: “Quella foto satellitare potrebbe far riscrivere la sentenza”

Massimo Bossetti, avvocato: "Quella foto satellitare potrebbe far riscrivere la sentenza"

Massimo Bossetti, avvocato: “Quella foto satellitare potrebbe far riscrivere la sentenza”

MILANO – Claudio Salvagni, uno dei legali di Massimo Giuseppe Bossetti, è intervenuto ai microfoni di “Legge o Giustizia” su Radio Cusano Campus per parlare di quanto accaduto durante la prima udienza dell’appello al muratore di Mapello. “Che Bossetti fosse adirato lo posso comprendere. Sono state ribadite infinite volte questioni già superate dalla sentenza. È stata nuovamente portata avanti la questione dei furgoni che la sentenza di primo grado ha praticamente smentito. È normale che l’imputato si arrabbi dato che non può disquisire del DNA”.

Il materiale per una nuova perizia è veramente finito? “Questo lo dice un consulente dell’accusa”, il professore Casari. “Ho ancora i campioni conservati nei frigoriferi”, ha detto un consulente dell’accusa. Il punto è che sono state consumate le due tracce migliori ma ci sono comunque altre tracce”. In primo grado la PM Letizia Ruggeri disse che non c’erano foto del campo dove venne rinvenuto il corpo di Yara Gambirasio. Voi avete invece trovato uno scatto dal satellite che mostrerebbe l’assenza del corpo della giovane vittima un mese prima del suo ritrovamento.

“Che la procura giochi un po’ a nascondino risulta fuori discussione. Andrebbe chiesto a lei come mai non ci ha messo a disposizione tutti gli atti. Non è un derby, il pm deve trovare, insieme agli avvocati difensori, le verità processuali. Per noi è importantissima questa foto. Abbiamo sdoganato il processo penale 2.0. Abbiamo avuto la vicinanza di centinaia di persone che si sono interessate al caso. Ognuna a modo loro ha cercato di aiutarci. Gianluca Neri è riuscito ad entrare in possesso di questa foto che merita la massima attenzione”.

Perché sarebbe così importante? “ Va letta congiuntamente alle informazione di Peter Gill, il padre della genetica forense. Lui ci ha detto che prima di affrontare qualsiasi argomento sul DNA bisogna valutare che quella traccia, di quella purezza, non può resistere all’aperto per più di cinque o sei settimane. Abbiamo quindi unito la testimonianza a questa fotografia. Le due cose insieme ci fanno riflettere. Se quel corpo è arrivato lì poco prima del ritrovamento, invece che tre mesi prima come sostiene la sentenza di primo grado, direi che cambia completamente la storia. La sentenza sarebbe da riscrivere”.

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