Cronaca Italia

Massimo Bossetti, perché il Dna è la prova regina? Forse con la super perizia…

Massimo Bossetti, perché il Dna è la prova regina? Forse con la super perizia...

Massimo Bossetti, perché il Dna è la prova regina? Forse con la super perizia…

BRESCIA – Perché il Dna è stato determinante nel processo per l’omicidio di Yara Gambirasio? Perché, dopo oltre 15 ore di camera di consiglio, i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia hanno deciso che era quella e quella soltanto la prova incontrovertibile della colpevolezza di Massimo Giuseppe Bossetti? Tanto vale che il “Parlamento faccia una norma”, afferma all’indomani della sentenza d’appello l’avvocato del muratore, Claudio Salvagni. “Se c’è il Dna – dice – non facciamo nemmeno il processo, che altrimenti è una farsa”.

Una provocazione detta ai microfoni di Radio Anch’io per ribadire come ad avviso del pool di difesa, l’esame del Dna presenti “numerose anomalie” e la procedura seguita “non ha rispettato” i criteri stabiliti dalla comunità scientifica internazionale. Per la difesa la traccia mista trovata sugli slip e i leggins di Yara e attribuita a Ignoto 1, poi identificato in Bossetti, andava riesaminata. “Quel Dna non è suo, non c’è stato nessun match, ha talmente tante criticità – 261 – che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori”. Per l’accusa invece l’assenza di Dna mitocondriale “non inficia il risultato: è solo il Dna nucleare ad avere valore forense”. Ma allora perché non concedere la super perizia?

Concedetemi di rifare l’esame genetico“, aveva implorato Bossetti nel suo ultimo disperato appello ai giudici. Voleva uscire “a testa alta” da quell’aula di Tribunale, ma la Corte non ha raccolto la sua richiesta. Eppure alla vigilia della sentenza in molti ne erano convinti. Sarebbe stato l’unico modo perché sul caso non rimanessero più ombre. Anche se nessuno ha mai creduto al ribaltone. Nemmeno gli innocentisti.

Una richiesta che avrebbe dovuto instillare quanto meno un ragionevole dubbio: se davvero è lui il killer di Yara perché chiedere di ripetere un test che lo inchioda? E soprattutto se fosse stato colpevole perché negare fino alla fine il proprio coinvolgimento? Sarebbe stato molto più conveniente collaborare e accettare un rito abbreviato, magari con una condanna a 30 anni. Se il Dna è davvero la prova regina e incontrovertibile solo un pazzo, o un innocente, tenterebbe la via del processo.

Per interminabili ore i giudici, due togati e sei popolari, hanno ripercorso la lunga inchiesta, dal 26 novembre 2010, giorno della scomparsa della ginnasta a Brembate di Sopra, fino all’arresto di Bossetti. La prova scientifica, ritenuta “assolutamente affidabile” dall’accusa, è stata letta insieme agli altri indizi di un’indagine che non ha tralasciato nessuna ipotesi. Solo il 26 febbraio 2011, il corpo della 13enne fu trovato in un campo di Chignolo d’Isola e da lì si è partiti per la caccia all’uomo. In quel campo Yara è morta dopo una lunga agonia, secondo l’autopsia. Per la difesa, invece, la studentessa è stata uccisa altrove come mostra una foto satellitare del campo. Contro l’imputato ci sono altri elementi: dal passaggio del furgone davanti alla palestra alle fibre sulla vittima compatibili con la tappezzeria del suo Iveco; dalle sferette metalliche sul corpo di Yara che rimandano al mondo dell’edilizia all’assenza di alibi.

A tarda notte è arrivato il verdetto durissimo: nessuna perizia sul Dna e conferma dell’ergastolo. Un “clamoroso errore giudiziario”, per l’avvocato Salvagni. Mentre per l’avvocato di parte civile, “giustizia è stata fatta”.

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