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Massimo Giuseppe Bossetti era “Il Favola”: raccontava bugie a tutti

BERGAMO – Ancor prima di finire a processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, Massimo Giuseppe Bossetti era noto per essere un bugiardo seriale. Lo avevano soprannominato “Il Favola” per il numero elevato di balle che raccontava a tutti e in ogni contesto. Mentiva a lavoro, inventando ad esempio di avere un tumore al cervello per giustificare l’assenza in cantiere. Mentiva alla moglie, negando di farsi le lampade. Mentiva ai colleghi, raccontando di aver tentato il suicidio per i presunti tradimenti della moglie. E pure da dietro le sbarre ha inventato menzogne clamorose, come quella del sequestro di 587mila euro all’estero.

Un carpentiere bugiardo, sposato e padre di tre figli ancora minorenni. Ma senza precedenti penali. Salvo poi scovare sul suo computer centinaia di ricerche su internet che secondo la Corte sarebbero attinenti al delitto. Le ricerche riguardavano principalmente il sess0 con tredicenni “senza pelo” e che “danzano in palestra”. E Yara aveva guarda caso 13 anni: era una promessa della ginnastica ed è sparita la sera del 26 novembre del 2010 all’uscita dalla palestra

E’ questa l’architrave delle motivazioni della sentenza che il primo luglio scorso ha condannato Bossetti all’ergastolo. Sarebbe stata “la presenza del profilo genetico” di Massimo Bossetti e “la sua collocazione a provare che egli è l’autore dell’omicidio”. Per i giudici della Corte d’Assise di Bergamo questo è un dato “privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa, né è smentito, né posto in dubbio da acquisizioni probatorie di segno opposto e, anzi, è direttamente confermato da elementi ulteriori, di valore meramente indiziante, compatibili con tale dato e tra di loro”.

In 158 pagine il presidente della Corte d’assise di Bergamo, Antonella Bertoja, e il giudice a latere Ilaria Sanesi, definiscono il delitto della ginnasta adolescente un “omicidio di inaudita gravità”, “maturato in un contesto di avances a sfondo , verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova ad allora”. Spiegano che l’aggravante delle sevizie e crudeltà “disvela l’animo malvagio” dell’imputato. “Le sevizie in termini oggettivi e prevalentemente fisici – scrivono – la crudeltà in termini soggettivi e morali di appagamento dell’istinto di arrecare dolore e di assenza di sentimenti di compassione e pietà”.

Quanto al Dna di Ignoto 1, figlio illegittimo dell’autista di autobus Giuseppe Guerinoni, morto nel ’99, che poi sarà identificato con Bossetti è “assolutamente affidabile“, così com’è “caratterizzato per un elevato numero di marcatori Str e verificato mediante una pluralità di analisi eseguite nel rispetto dei parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale”.

I giudici sgomberano il campo anche dai dubbi della difesa sulla mancata corrispondenza tra il Dna nucleare e quello mitocondriale nella traccia trovata sugli slip e sui leggins che indossava Yara. Un cavallo di battaglia della difesa che, sulla scorta di questo, aveva ipotizzato la presenza di un Ignoto 2: tutti i consulenti hanno chiarito che il Dna mitocondriale non individua un singolo individuo ma l’intera linea materlineare e “avendo disposizione il Dna nucleare, la ricerca a fini identificativi è inutile”.

Sull’insegnante della ragazza, Silvia Brena, il cui Dna fu trovato sulla manica del giubbotto di Yara è “in una posizione non paragonabile a quella in cui è stato trovato il profilo dell’imputato” e le indagini a suo carico, anche con intercettazioni, non hanno portato a nulla. Così come quelle sul custode della palestra, anch’egli intercettato e anche perquisito. Dna, dunque, “prova granitica” a cui si aggiungono “elementi di natura indiziaria”: i tabulati telefonici consentono di escludere che Bossetti il giorno dell’omicidio fosse altrove rispetto a Brembate. Nessun riscontro ai movimenti ipotizzati dal muratore quel pomeriggio: non lo ricorda la commercialista “nessuno degli edicolanti sentiti in dibattimento ha ricordato di aver visto Bossetti quel giorno; anche per comperare dei pacchetti di figurine, comunque sarebbero stati sufficienti pochi minuti”.

Bossetti, e le intercettazioni in carcere con la moglie, Marita Comi, lo dimostrerebbero, “non ha taciuto i suoi spostamenti solo dopo il fermo, ma da subito”. I giudici ricordano che, nella conversazione intercettata il 4 dicembre del 2014 nel carcere bergamasco di via Gleno, Marita Comi “ricorda perfettamente che quella sera il marito era rientrato tardi e soprattutto gli contesta che nella varie occasioni in cui avevano parlato lui non gli aveva mai fornito una spiegazione esauriente”. Poi le ricerche nei computer a sfondo su “ragazzine”: una certamente effettuata mentre era solo in casa.

Restano tuttavia molti punti oscuri nella vicenda. Per Claudio Salvagni, legale del muratore, è una sentenza “totalmente appiattita sule tesi dell’accusa”. A suo avviso il movente di natura ipotizzato dai giudici parla di “film non supportato da elementi probatori”. “I giudici sono andati addirittura oltre le argomentazioni del pm”, ha concluso annunciando ricorso in appello.