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Massimo Giuseppe Bossetti, sentenza processo Yara senza tv

BERGAMO – Niente telecamere durante la sentenza contro Massimo Giuseppe Bossetti: il pm di Bergamo Letizia Ruggeri, a conclusione della sua replica, ha chiesto alla corte di revocare l’ordinanza con la quale ammetteva le riprese televisive della lettura della sentenza del processo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Questo a causa “del clima avvelenato” che si è venuto a creare intorno al dibattimento. “Credo, invece, che non vi siano problemi – ha aggiunto – per quanto riguarda le registrazioni audio”.

Il pm non ha fatto riferimento a fatti specifici ma, nelle settimane scorse, due buste, contenti dei proiettili, erano state trovate in un centro di distribuzione postale indirizzate sia al magistrato sia alla Corte d’Assise di Bergamo. Tempo fa, invece, in conseguenza di minacce e ingiurie via web, alla stessa Letizia Ruggeri era stata data una speciale sorveglianza.

“Vi hanno detto che dovete mettere la firma su questa sentenza. In realtà, la firma l’ha messa lui“, lo ha detto uno dei legali di parte civile della famiglia di Yara Gambirasio, Enrico Pelillo, nel corso della sua replica, riferendosi al Dna trovato sul corpo di Yara e attribuito a Massimo Bossetti. Il legale è anche tornato sulla corrispondenza tra il muratore di Mapello, in carcere da due anni e un giorno, e la detenuta Gina. “Sono state definite un colpo basso – ha detto il legale – Ma non le abbiamo, però, prodotte noi ed è stato lui a scriverle”.

Il dna trovato sul corpo di Yara Gambirasio e attribuito a Massimo Bossetti non è, come sostenuto dalla difesa, “metà e contaminato” ma è “intero, nucleare e perfetto”. A spiegarlo è stato il pm di Bergamo Letizia Ruggeri nel corso delle repliche. Il pm, a proposito della mancata corrispondenza tra il dna nucleare e mitocondriale ha ribadito che si è arrivati a Bossetti “attraverso il dna nucleare che è l’unico in grado di identificare un soggetto specifico”.

Secondo l’accusa, inoltre, i difensori di Bossetti avrebbero dato “interpretazioni grottesche e assurde” in riferimento, in particolare, al campo di Chignolo d’Isola, in cui fu trovato il corpo della ragazza tre mesi dopo la scomparsa. Sempre per l’accusa, “non è affatto dimostrato processualmente” che Bossetti, la sera del 26 novembre del 2010, quando Yara scomparve, fosse a casa. “Non lo dicono né il figlio né la moglie – ha detto il pm – né si può usare l’argomento che fosse un abitudinario e che avrebbe telefonato qualora avesse fatto tardi”. “Non si è mai visto – ha aggiunto – uno che sta uccidendo una ragazza e telefona a casa per dire che è in ritardo”.

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  • Massimo Giuseppe Bossetti: "Prego per Yara ogni sera"
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