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Mauro Agrosì, poliziotto uccide moglie e figlie: ossessionato da “gratta e vinci”

GENOVA – Mauro Agrosì, il poliziotto di Genova che ha ucciso due figlie e moglie e si è tolto la vita, avrebbe accumulato debiti di gioco: il poliziotto infatti, secondo quanto emerso dalle indagini, era un giocatore compulsivo di gratta&vinci ma i debiti accumulati non sarebbero stati tali, secondo gli inquirenti, da giustificare quanto successo. Per questo gli agenti della squadra mobile stanno interrogando familiari, amici e colleghi dell’uomo e della moglie per cercare di ricostruire la vita della coppia. Nella lettera che Agrosì ha lasciato prima della strage tra l’altro, l’uomo si è rivolto a figlie e moglie: “Non vi voglio lasciare senza padre e senza marito. Per questo vi porto con me”. Scrive Il Corriere della Sera:

Quali siano i «problemi insormontabili» invece ancora non è chiaro. La polizia sta interrogando amici e parenti. Ma una cosa è apparsa evidente: un uomo schiacciato dalla vita, dalle preoccupazioni economiche, dall’affanno per raggiungere obiettivi di benessere e tranquillità sempre più lontani, tanto che si era messo a giocare. Sperava di trovare nel colpo di fortuna la risposta alle sue difficoltà. Era diventato un giocatore compulsivo. I colleghi del reparto mobile di Bolzaneto dove Agrosì svolgeva lavoro d’ufficio come tecnico di computer ricordano che usciva più volte per acquistare grattaevinci o biglietti delle lotterie nella vicina tabaccheria. Era ossessionato da quelle cartelline che promettevano vincite mai arrivate. Il gioco invece di risolvere i suoi problemi li aveva centuplicati, erano arrivati i debiti anche se non in modo tale — sembra — da spingerlo nelle braccia degli usurai (ipotesi che gli investigatori stanno vagliando).

Tre colpi di pistola, due alla testa e uno al cuore per la moglie. Due colpi per la bimba più piccola, Giada, 10 anni, e uno per la più grande, Martina, 14. Un colpo per se stesso. Mauro Agrosì, poliziotto di 50 anni in forza al VI Reparto Mobile di Genova Bolzaneto con incarichi amministrativi, ha deciso così di chiudere la sua vita e quella della sua famiglia, usando la semiautomatica di servizio e un cuscino per coprire il tonfo sordo dello sparo e i volti delle persone che amava di più mentre le uccideva.

Sono le 6.40 nell’appartamento di una palazzina popolare di Genova Cornigliano, periferia genovese. Agrosì, che con tutta probabilità ha sedato le ‘sue donne’ la sera prima si alza e si veste, carica la pistola, entra nella cameretta di Martina e Giada che dormono nel letto a castello. Si siede sul lettino più basso, copre il volto di Giada, la più piccola con il cuscino e spara due colpi. Giada muore immediatamente. Poi è il turno di Martina: stessa tecnica, cuscino e un colpo.

Infine torna in camera da letto e spara alla moglie tre volte, due alla testa e uno al cuore. La mattanza è finita. Agrosì va in salotto, sistema una lettera sul tavolo poi prende il telefono e chiama il 113: “”Sono un collega, ho ammazzato mia moglie e le mie due figlie, venite, lascio la porta di casa aperta”. Dà l’indirizzo al poliziotto, chiude la comunicazione e si uccide. Quando arrivano i poliziotti della Mobile in casa urlano “butta la pistola” ma presto si accorgono che è inutile. Agrosì è in terra, morto. Le sue donne tutte morte. La lettera sul tavolo rivela tutta l’angoscia di un uomo che aveva davanti a sé “problemi insormontabili” e che non voleva lasciare moglie e figlie “senza padre e senza marito. Per questo vi porto con me”.

Agrosì doveva tornare al lavoro giovedì 3 novembre, al termine di una convalescenza dovuta per un intervento ad un ginocchio. La polizia ora vuol sapere il perché di una strage: e così le testimonianze parlano di ‘debiti di gioco’ per lui che amava così tanto giocare con le lotterie istantanee che si allontanava dal posto di lavoro quattro-cinque volte al giorno per andare al bar, parlano di un prestito con la banca che gli era costato il quinto dello stipendio, parlano di un malessere nato molto tempo fa quando il fratello si buttò dalla finestra uccidendosi, da un disagio dal quale non riusciva a uscire e che ha voluto annullare in un mare di sangue.


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