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Melania Rea, il padre: “Salvatore Parolisi meritava pena senza fine”

ROMA – “Per un dolore senza fine ci vuole una condanna senza fine”: con queste parole Gennaro Rea, padre di Melania Rea, ha commentato la condanna a vent’anni per Salvatore Parolisi, confermata ieri, 13 giugno, in Corte di Cassazione.

Intervistato durante il programma “Estate in diretta” Gennaro Rea ha criticato la sentenza, secondo lui troppo clemente nei confronti di Parolisi. “Per un dolore senza fine ci vuole una pena senza fine”, ha detto, lasciando così intendere che, a suo parere, una sentenza equa avrebbe dato l’ergastolo a Parolisi.

Gennaro Rea ha spiegato di voler dedicare tutto il proprio tempo alla nipotina di 4 anni, Vittoria, figlia di Melania e Salvatore, che lui e la moglie hanno in custodia.

Melania Rea venne trovata morta, all’età di 28 anni, il 20 aprile 2011 nel boschetto delle Casermette di Ripe di Civitella del Tronto (Teramo). Due giorni prima era sparita: era uscita di casa a Folignano (Ascoli Piceno) con il marito Salvatore Parolisi e la figlia di 18 mesi, dirigendosi verso Colle San Marco. Il cadavere venne individuato dopo una telefonata anonima partita da una cabina nel centro di Teramo. Dalle indagini emerse che la giovane venne aggredita alle spalle e colpita con 35 coltellate. Un delitto per il quale il marito venne arrestato il 19 luglio del 2011.

Parolisi, attualmente rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere, si è sempre proclamato innocente. Ha scelto di essere processato con il rito abbreviato venendo condannato all’ergastolo in primo grado, pena ridotta a 30 anni di reclusione dalla Corte d’assise d’appello dell’Aquila. Una sentenza che la Cassazione nel febbraio del 2015 ha reso definitiva riguardo alla responsabilità dell’ex caporalmaggiore per i reati di omicidio e vilipendio di cadavere.

Parolisi – hanno stabilito i giudici – uccise la moglie Melania Rea in un impeto d’ira, in un momento di “rabbia” esploso in una delle ricorrenti “liti coniugali”, causate dalle infedeltà dell’ imputato. La Corte aveva però escluso l’aggravante della crudeltà, affidando per questioni tecniche ai giudici d’appello di Perugia il compito di rideterminare la pena.

Il 27 maggio dell’anno scorso il collegio perugino ha quindi ridotto la condanna da 30 a 20 anni di reclusione, senza però riconoscere le attuanti generiche. Una sentenza che ieri la Cassazione ha reso definitiva, chiudendo la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Melania Rea.