Cronaca Italia

Melegnano: “Ho dolori”. “Tutto a posto”. Ma 2 ore dopo torna e il bimbo le muore in pancia

L’ospedale Vizzolo Predabissi di Melegnano (screenshot dal Corriere della Sera)

Il piccolo Jonathan sarebbe dovuto nascere il 18 gennaio. Ma è morto nella pancia della madre nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, dopo un drammatico entra-ed-esci dall’ospedale Vizzolo Predabissi di Melegnano (Milano).

Tutto inizia poco dopo le quattro del pomeriggio, quando Simona Othman, 33 anni, impiegata residente a Merlino, sente forti dolori alla pancia. Il compagno, Romano Ciardello, la porta al Pronto soccorso del Vizzolo Predabissi. Non è un ospedale qualunque: è quello a un tiro di schioppo da casa ed è quello dove Simona è nata.

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Alle 18 Simona è fuori dall’ospedale: i medici le hanno fatto la visita ginecologica e le hanno detto che è tutto a posto. Ma due ore dopo Simona ritorna: questa volta ha anche perdite di sangue e viene ricoverata. I dottori del Vizzolo Predabissi si accorgono che la situazione è seria e decidono di anticipare il parto perché, le viene detto, “il bimbo non sta più bene nella pancia”.

I medici optano per un parto naturale e le praticano un’iniezione epidurale. Ma a un certo punto i monitor iniziano a registrare che il battito cardiaco del bimbo è troppo debole, e quindi si cerca di rimediare con un parto cesareo d’emergenza. Niente da fare. All’1.30 Jonathan muore, probabilmente soffocato dal cordone ombelicale che era diventato un cappio intorno al collo.

Sono passate quasi dieci ore da quando Simona aveva iniziato a sentire dolori alla pancia. La donna distrutta dal dolore e i suoi familiari si chiedono se in quelle dieci ore si poteva salvare la vita del bambino prendendo decisioni diverse. Magari ricoverando prima la partoriente e optando prima per il cesareo.

Anche perché i genitori di Simona – che hanno presentato denuncia assistiti dagli avvocati Antonino Gugliotta e Simone Briatore – spiegano che la gravidanza stava procedendo bene e che il bambino era sano. Ora indaga la procura di Lodi, che ha sequestrato le cartelle cliniche e il feto, sul quale ha disposto un’autopsia.

 

 

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