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Meriem, jihadista italiana in Siria: “Non vedo l’ora di tagliare teste”

ROMA – “Non vedo l’ora di piegare uno e togliergli la testa”. Così scrive Meriem, l’italiana Meriem, a una sua amica. Lo scrive, lo firma e per fare in modo che il messaggio arrivi più forte e chiaro possibile, allega immagine di una decapitazione. Alla mamma invece, Meriem manda un sms. Si scusa per essere scappata dalla provincia di Brescia, destinazione Siria, con un messaggio laconico: “Scusa mamma, ci vediamo in paradiso”.

Meriem ha solo 20 anni, è di origine marocchina, ma è italiana di passaporto e di formazione. In Italia è cresciuta, ha studiato. In Italia, fino a qualche mese prima di scegliere l’Isis, usciva con le amiche, beveva spritz, parlava di ragazzi. Poi ha scelto un’altra strada. Quella che l’ha portata in Siria. Una angosciosa parabola di morte che racconta Andrea Priante per il Corriere delle Sera

«Dio, ho promesso il mio pegno di fedeltà e lo rinnovo per il principe dei fedeli, il mio Cheick Abu Bakr al-Baghdadi». È il 13 luglio del 2015, le 3 ora italiana, quando una studentessa padovana, Meriem Rehaily, pubblica su Twitter il giuramento prestato nei confronti di al-Baghdadi, la guida spirituale, politica e militare dell’Isis. I fanatici di mezzo mondo rispondono messaggi di incoraggiamento: «Congratulazioni amore», «Siamo contenti per te», «Il viaggio delle sorelle è molto duro, più della spada». E il viaggio di questa ventenne di origini marocchine ma cresciuta in Italia, in effetti, sta per cominciare. Il giorno dopo Meriem fugge dalla sua casa di Arzergrande per prendere un aereo che da Bologna la porta a Istanbul, in Turchia, e da lì, grazie a un «contatto», in Siria.

In Siria Meriem non ha dato nessun segnale di pentimento. Ancora il Corriere:

. A un’amica aveva inviato l’immagine dei una decapitazione: «Non puoi immaginare quanto ho goduto ieri, non vedo l’ora di piegare uno e togliergli la testa». Una volta raggiunta la Siria, ha inviato un messaggino alla madre: «Scusa cara mamma, ci vediamo in Paradiso». E a un’amica: «Qui c’è quello che ho sempre sognato. Se mi chiamate terrorista ne vado fiera». Spiegava di essere «ospitata in una casa di sole donne, dove si studia il Corano e le armi». Nei mesi scorsi l’ultima telefonata «sotto le bombe» al padre. Piangeva ma non era pentita: «La guerra non c’è, credimi: c’è per loro». Ora il timore è che possa tornare. Per il giudice c’è «la possibilità che l’indagata possa compiere o azioni kamikaze anche in Italia e in particolare a Roma».