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Mirco Ricci, bimbo lo accusa: “E’ stato un vero sequestro”

ROMA – Mirco Ricci ha detto ai giudici che non c’è stato “nessun sequestro di bambino” perché lui “i bimbi li ama” ed è stata sua madre “a inventarsi tutto”. Ma le parole del pugile romano, arrestato con l’accusa di sequestro di persona insieme a sua madre e a una sorella, vacillano pericolosamente. Perché è lo stesso bimbo, vittima del presunto sequestro, a raccontare che di un sequestro vero e proprio si è trattato. Secondo gli investigatori un sequestro dovuto a motivi di droga.  A raccontare il tutto, per il Messaggero, è Adelaide Pierucci. 

Le parole del bimbo sembrano inchiodare Ricci:

Nove anni e l’atteggiamento di un piccolo uomo. «È vero, sono stato tenuto come prigioniero. Ho pianto, volevo la mamma». È stata la stessa vittima del rapimento lampo orchestrato dal pugile Mirco Ricci a dare la conferma che mercoledì in via di Val Cannuta era successo l’incredibile. Un bambino di terza elementare strappato dalle mani della madre e nascosto in un appartamento per costringerle la donna a pagare una partita di cocaina di cinquemila euro sparita. «Appena tiri fuori i soldi, te lo riprendi» l’avrebbe minacciata lo stesso Ricci dopo averle assestato un paio di destri.

Parole, quelle del bimbo, pronunciate davanti a magistrati e psicologi:

Il piccolo è stato sentito in audizione protetta in Questura dopo la liberazione. Davanti a lui le pm Claudia Terracina e Ilaria Calò, una psicologa infantile e gli investigatori della Mobile. «Non mi hanno permesso neanche di affacciarmi al balcone» si è sfogato il piccolo, inchiodando così il campione mondiale dei mediomassimi, la madre e la sorella del pugile, ma anche una parente che chiama zia, finiti subito in manette con l’accusa di sequestro di persona aggravato dall’età della vittima. «Mi ha tenuto in casa la sorella del pugile» ha precisato il bambino. «Ero come in ostaggio. Ho chiesto di tornare a casa, piangevo ma nulla. All’inizio mi strappato via Palma, la mamma del pugile. Poi da casa sua mi hanno portato in casa della figlia Francesca e alla fine a casa di mia zia Sonia, sempre all’interno dello stesso palazzo». Uno spostamento, secondo gli investigatori, organizzato al volo perché ormai diverse pattuglie stavano controllando la zona.

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