Blitz quotidiano
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Morte avvocato Buffon, spumante in villa poche ore dopo

Un testimone parla di un "clima rilassato e disteso dal quale davvero non trapelava un’aura di costernazione come mi sarei aspettato"

LA SPEZIA – Morte dell’avvocato amico di Gianluigi Buffon, Marco Valerio Corini: poche ore dopo nella villa ligure c’erano salatini e spumante in tavola, un’atmosfera così anomala per un lutto da mettere a disagio chi la vedeva. A raccontarlo a Tiziano Ivani e Marco Menduni del quotidiano Il Secolo XIX è un testimone che ha assistito a quella scena, e che parla di un clima rilassato e disteso

“dal quale davvero non trapelava un’aura di costernazione come mi sarei aspettato”.

Un’atmosfera talmente diversa da far decidere al testimone di raccontare quel dettaglio agli inquirenti che indagano sulla fine dell’avvocato di La Spezia, per la cui morte è indagata la sorella Marzia Corini, accusata di omicidio volontario aggravato. 

La testimonianza dell’uomo è contenuta nelle 1.600 pagine di allegati alla richiesta di custodia cautelare in carcere per la dottoressa Corini, medico anestesista.

Confermerebbe l’ipotesi dei magistrati secondo cui la morte dell’avvocato malato di tumore il 25 settembre del 2015 faceva parte di un piano, scrivono Menduni e Ivani sul Secolo XIX,

“che prevedeva la spartizione dell’eredità riducendo al minimo le pretese della convivente Isabò Barrack, che Corini avrebbe invece voluto nominare erede quasi esclusiva”.

Racconta il testimone:

«Quando sono entrato nella villa, dopo diverse insistenze mi sono trovato davanti una scena molto diversa da quella che mi sarei atteso. L’unica che piangeva, è vero, era Marzia. C’erano poi altre persone che io non ho mai visto e sui tavoli bottiglie di spumante e salatini, come una sorta di rinfresco. C’era l’avvocato Feliciani (indagata per falso e circonvenzione di incapace, ndr) vicino a Marzia, c’era Isabò con la madre ma se ne stavano in disparte, mi pare ci fosse anche Susanna Cacciatori (altra beneficiaria del testamento, ndr) e altre persone che non ho riconosciuto».

Per i pubblici ministeri quel clima rappresenta la conferma che la redazione di un testamento scritto (secondo l’accusa) da Marzia Corini e fatto firmare al fratello in stato di semi-incoscienza e poi la morte dell’uomo facevano parte di un “piano ben preciso”, scrive sempre il Secolo XIX.


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