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Plico del ricorso troppo pesante da spedire: resta in cella

E' quel che è accaduto all'ex assessore della Regione Veneto Renato Chisso. Il ministero della Giustizia nel dicembre scorso non ha rinnovato la convenzione con Poste Italiane, così il plico con i documenti per il ricorso, che pesava più dei 2 chili consentiti senza convenzione, è rimasto fermo in tribunale

VENEZIA – Il ministero della Giustizia si dimentica di rinnovare la convenzione con Poste Italiane per spedire i pacchi pesanti, e così i tre chili di faldoni del ricorso in Corte di Cassazione dell’ex asre della Regione Veneto Renato Chisso arrivano in ritardo a Roma e lui resta in cella. La notizia, che ha del surreale se non fosse che gli italiani ormai sono abituati anche al surreale, è stata pubblicata da Gianpaolo Iacobini su Il Giornale.

Chisso, ricorda Iacobini, ha patteggiato una pena di 2 anni e sei mesi di reclusione nell’inchiesta sul Mose. Lo scorso dicembre il Tribunale di Sorveglianza lo ha fatto tornare in cella, sostenendo che sia socialmente pericoloso perché, scrive Iacobini,

“continua a non voler aprire bocca sulla sorte delle mazzette intascate dal consorzio Venezia Nuova negli anni in cui ricopriva l’incarico di asre regionale alle infrastrutture”.

Proprio contro quel provvedimento gli avvocati di Chisso hanno depositato ricorso in Cassazione lo scorso 26 novembre, tre giorni dopo l’emanazione del provvedimento di custodia cautelare in carcere.

Il plico del ricorso, però, al Palazzaccio di Roma non è mai arrivato. E’ stato spedito soltanto alcuni giorni fa grazie ad una colletta dei dipendenti del Tribunale.

Questo perché, nonostante il codice prescriva che sia la cancelleria del tribunale a dover inoltrare i documenti depositati dagli avvocati del ricorrente, lo scorso primo dicembre il ministero della Giustizia non ha rinnovato la convenzione con Poste Italiane per la spedizione di plichi che pesano più di due chili, e così, spiega Iacobini,

“quando s’è trattato di prendere in carico il ricorso da quasi 3 chili di Chisso, gli addetti allo sportello per tre volte di fila si sono rifiutati di accettarlo. E non potendo provvedere da sé la difesa, il pacco è rimasto fermo.

Fino a quando i dipendenti del Tribunale di Sorveglianza non hanno deciso di accollarsi le spese di spedizione.

«Nel silenzio degli uffici ministeriali, i funzionari hanno provveduto di tasca propria», ha scritto in una lettera aperta la direttrice amministrativa del presidio giudiziario, Piera Dalla Zuanna, anticipando che «la colletta verrà ripetuta qualora si verificasse l’esigenza di un’altra spedizione, sperando che nel frattempo vengano chiarite dal ministero nuove modalità operative».  Chisso, però, in attesa che la Cassazione possa valutare le sue ragioni, è sempre in cella”.


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