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Pordenone, auto nel lago: morti mamma e figlio “S’è buttata”

PORDENONE – Sono finiti con l’auto dentro al laghetto della Burida, alla periferia di Pordenone. Per mamma di 36 anni e figlio, di quattro, non c’è stato nulla da fare. I cadaveri sono stati recuperati dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco, allertati da alcuni passanti che avevano visto l’auto finire nello specchio d’acqua. Accertamenti sono in corso da parte di Polizia e Carabinieri per capire la dinamica dell’episodio.

La vettura, sollevata dai vigili del fuoco, ha mostrato la tragedia in tutta la sua crudezza: i corpi senza vita delle vittime imprigionati nell’abitacolo.  Il piccino era bloccato con le cinture allacciate, nel seggiolino posizionato nel sedile posteriore del mezzo. Quando i sommozzatori hanno estratto le due salme hanno notato anche qualcos’altro all’interno della vettura: forse c’è una terza vittima. Sono in corso le immersioni per recuperare il presunto terzo corpo, parrebbe di un adulto.

Sul posto anche il magistrato Pier Umberto Vallerin. A dare l’allarme, poco prima delle 11 di venerdì 13 maggio è stata una donna anziana, che ha assistito sconvolta alla scena: a un vicino ha raccontato che quell’auto “si è buttata in acqua”. Testimonianza che, se accertata, configurerebbe l’ipotesi ancor più drammatica di un omicidio-suicidio.

Sentiti i congiunti delle vittime e alcuni testimoni, si fa sempre più probabile l’ipotesi di manovra deliberata. Le evidenze delle indagini – hanno fatto sapere gli investigatori, coordinati dal dirigente della Squadra Volanti della Questura, Piergiovanni Rodriquez – porterebbero ad escludere la disgrazia, ma le verifiche sono ancora in corso. “Non possiamo esprimerci in maniera definitiva prima dell’ esecuzione dell’autopsia”, hanno detto fonti investigative. Esame che il titolare dell’inchiesta, il sostituto procuratore Pier Umberto Vallerin, ha disposto per sabato.

La zona dov’è accaduta la tragedia è panoramica e vi si giunge unicamente attraverso una stradina che porta fin sul limitare dello specchio d’acqua. Per uscire si percorre il medesimo tragitto in senso inverso. Impossibile, dunque, essere arrivati lì per caso: una delle ricostruzioni alternative dell’accaduto che si basava sull’ipotesi di una manovra errata, non è attendibile, sebbene l’ingresso in acqua sia avvenuto effettivamente in retromarcia. All’origine del tragico gesto ci sarebbe una sindrome depressiva che affliggeva la donna.