Blitz quotidiano
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Prosecco vietato in Regione FVG dopo Report. Produttori furiosi, intanto col vino greco gli inglesi…

TRIESTE – Report: “Prosecco con dei veleni”. La Regione Friuli Venezia Giulia si spaventa e ordina: “Vietato stappare le bottiglie di prosecco”. La Regione Friuli Venezia Giulia boicotta quindi le bollicine locali dopo le bordate della trasmissione Report: niente prosecco quindi per l’inaugurazione dello spazio enogastronomico gestito dalla trevigiana Bottega e dal gruppo modenese Cremonini all’aeroporto Ronchi dei Legionari di Trieste. Una decisione presa tra le proteste dei produttori che hanno visto denigrato il loro marchio dopo la trasmissione televisiva a cui la Regione ha dato poi adito “senza alcuna verifica”. L’asre regionale all’Agricoltura, Cristiano Shaurli, afferma che “è inimmaginabile che un’istituzione si permetta di proibire a un privato di servire alcunchè. Non abbiamo fatto nessuna pressione, non ci passava neanche per l’anticamera del cervello! L’unica cosa che è stata detta è che in un’occasione del genere ci sembrava opportuno che il brindisi venisse fatto con i prodotti del nostro territorio, com’è logico. Punto”.

Ma quello che proprio non va giù ai produttori di prosecco non è stato tanto il servizio di Report del 15 novembre sulla questione dello spargimento di fitofarmaci sui vigneti, quanto la decisione della Regione Friuli Venezia Giulia presa proprio dopo il servizio. Una decisione univoca e senza possibilità di controparte. Lo sostiene a Il Piccolo, Sandro Bottega, presidente di Bottega spa che in una nota “si scusa se il 25 novembre non verranno serviti i propri vini, se gli scaffali saranno vuoti, se nessun incaricato dell’azienda sarà presente all’inaugurazione. “Il Prosecco è un vino sano – conclude l’imprenditore – come certificato dalla Ulss 7 e dal Consorzio di tutela. Solo una piccola parte della produzione complessiva può essere assoggettata alle accuse ipotizzate da Report e in ogni caso la politica non può fare proprie le argomentazioni di una trasmissione televisiva e acquisirle aprioristicamente, come fossero una sentenza, una verità assoluta o forse un pretesto per fini elettorali“.

Si chiamano fuori le società Aeroporto Friuli Venezia Giulia e Chef Express che precisano che “per il solo evento di inaugurazione della nuova Area partenze intendono offrire agli invitati, quale omaggio al territorio, specialità e vini regionali. Il nuovo punto Chef Express – prosegue una nota  – presenterà alla clientela in aeroporto, già dal primo giorno di apertura e per tutto l’anno, un’offerta commerciale di prodotti nazionali e regionali molto ampia e di elevata qualità. Non esiste da parte di Aeroporto Friuli Venezia Giulia Spa alcuna volontà di escludere dall’offerta della propria ristorazione il Prosecco o altri vini italiani. Né tanto meno esiste una prevenzione nei confronti del Prosecco, prodotto tra l’altro  anche da molti vignaioli della nostra regione”.

Una decisione quella presa dalla Regione Friuli Venezia Giulia che di fatto non tutela in pieno i produttori locali, ma che rispecchia quella del ministero delle Politiche Agricole e che crea una sorta di “dipendenza” dall’etichetta. Solo due giorni fa il sequestro di 22mila litri di vini pregiati per “mancanza di documentazione contabile”. Ma siamo sicuri che il modo migliore per riconoscere un vino buono sia quello di scriverlo su un’etichetta e fare in modo che sia obbligatorio, come appunto il ministero Politiche Agricole chiede? Mentre noi in Italia siamo attaccati e “dipendenti” dall’etichetta, non solo per il vino ma anche per gli altri cibi, gli altri paesi, soprattutto in Europa, se ne fregano e vanno avanti, vanno oltre. Tanto per fare un esempio: vino “italiano” col nome improbabile di Santa Eleni, località grecansu un’isola vicino alla Turchia, qualificato prosecco e venduto a meno di 15 euro a bottiglia ma spacciato per champagne millesimato da 500 euro a bottiglia in un locale notturno di Londra frequentato anche dai principini inglesi William, marito di Kate Middleton e Harry. Basta questo per capire cosa arrivano a bere a Londra, quando sono sbronzi, gli aristocratici e ricchi inglesi e anche i miliardari americani e arabi che li accompagnano. Poco importa insomma di quello che c’è sull’etichetta.