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Raffaella Presta: “Se Francesco mi uccide toglietegli bimbo”

PERUGIA – Se Francesco Rosi mi uccide toglietegli mio figlio. Raffaella Presta, uccisa il 25 novembre dal marito con due colpi di fucile, da tempo veniva picchiata da Rosi e alle amiche aveva confidato l’incubo che stava vivendo e la sua ultima volontà. La donna ha vissuto 30 giorni da incubo in cui il marito continuava a minacciarla e picchiarla dopo che lei, avvocato di 40 anni, aveva confessato a lui, agente immobiliare di 43 anni, di averlo tradito. La Presta voleva lasciare Rosi e lui l’aveva minacciata per l’ennesima volta: “Se lo fai commetto l’atto finale”.

Alessandro Fulloni sul Corriere della Sera scrive che la Presta era consapevole che il marito avrebbe potuto ucciderla e alle amiche, a cui aveva confidato la situazione, aveva chiesto che se fosse morta il loro figlio sarebbe dovuto andare alla sua famiglia e non al padre:

“Quel che emerge dalle carte dell’inchiesta è il resoconto dell’ultimo mese di vita, un inferno continuo, di Raffaella, mamma di un bimbo di sei anni «testimone del delitto», picchiata più volte regolarmente dalla metà del 2014, da quando aveva annunciato di avere un’altra relazione. E che da fine ottobre aveva maturato la certezza che l’unione con il marito avrebbe avuto un epilogo drammatico. Tanto da lasciare alle amiche una specie di «ultime volontà» riguardanti il piccolo: «la consapevolezza di poter essere ammazzata era oramai talmente forte», scrive il Riesame raccontando quel colloquio con le uniche confidenti, per cui Raffaella aveva stabilito che, «in caso di morte, il figlio venisse affidato alla sua famiglia di origine».

Sono molte le testimonianze delle colleghe di lavoro e delle amiche che descrivono l’avvocata «succube» e «terrorizzata» dal marito. Inutili, i suggerimenti di denunciare le botte, «inflitte anche davanti al bambino». «Non ti intromettere, sennò quello mi ammazza» aveva sillabato a Marisa Marmottini, la titolare, assieme al fratello Marco, dello studio legale dove Raffaella aveva lavorato sino a giugno. Sino a quando il marito glielo aveva proibito. Non diversa la supplica a un’altra amica (siamo a pochi giorni dal delitto) che si offre di aiutarla dopo averla vista con i lividi sul braccio e avere saputo di pugni in fronte e occhi neri. «Non ti mettere in mezzo, quello fa una strage». Senza contare quel selfie, dopo l’ennesimo pestaggio, indirizzato alle amiche, al fratello e al compagno. Accompagnato da queste parole: «Incidente domestico, diciamo».

Dopo che Raffaella Presta aveva avuto un’altra relazione nel dicembre 2014, Rosi aveva ingaggiato un investigatore privato per pedinarla e lo avrebbe pagato “una montagna di soldi”, scrive Fulloni. Rosi ha dichiarato che a far scattare la furia omicida è stata la dichiarazione della moglie Raffaella Presta che il bambino non era il suo:

“«Mio figlio? È la luce dei miei occhi». Lo ha detto Francesco Rosi ai carabinieri. Ma ha anche scandito altre parole riportate a verbale e che sarebbero state pronunciate dalla moglie, scatenando la tragedia: il bimbo «non è figlio tuo». Dopo averle udite, Rosi – è lui stesso ad averlo ammesso – avrebbe sparato. Dubbiosi in proposito, i giudici del Riesame: la donna aveva ben chiaro che nel pronunciare questa frase avrebbe firmato la sua condanna. Quanto al marito, lui più volte successivamente a verbale ha dichiarato che quel piccolo «è la luce dei miei occhi».

Parole che non hanno impedito ai suoi difensori di presentare, a tre giorni dell’uccisione della mamma, una traccia biologica , un tampone buccale, per la quale «viene escluso che Francesco Rosi sia il padre del piccolo Filippo». Documento non accolto dal Riesame: intanto perché «strappato» da «imprecisati» familiari dell’uomo, senza il consenso dal minore, consenso che sarebbe dovuto venire dal padre in «insanabile conflitto di interesse». Ma poi il punto, chiariscono i giudici, non è stabilire se il piccolo sia «figlio naturale del padre». Semmai è quello di chiarire se Raffaella «abbia pronunciato o meno» quella frase. Che peraltro – vera o no – non contribuisce a «sminuire» la «pericolosità sociale dell’indagato»”.


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