Cronaca Italia

Rigopiano. “55 secondi per fuggire”, parla una sentinella della valanghe

Rigopiano. "55 secondi per fuggire", parla una sentinella della valanghe

Rigopiano. “55 secondi per fuggire”, parla una sentinella della valanghe

ROMA – Rigopiano. “55 secondi per fuggire”, parla una sentinella della valanghe. Tre forti squilli di sirena, a un secondo di distanza l’uno dall’altro: è il segnale di una valanga in arrivo lanciato dalle sentinelle della neve, volontari del soccorso alpino, che giorno e notte salgono in quota per osservare i cumuli, ascoltare ogni piccolo cedimento, sorvegliare la montagna.

Un allarme che serve soprattutto ai soccorritori: dopo ogni distacco c’è sempre l’alta probabilità di nuovi assestamenti. Dal momento in cui scatta la sirena, si calcolano 50, 55 secondi al massimo per fuggire: dovrebbero bastare per chi lavora in superficie, chi è impegnato nei cunicoli e negli ambienti interni collassati sotto il peso della neve opera senza protezione alcuna. Quella sull’hotel è stata classificata come valanga “catastrofica”, perché polverosa, ovvero più veloce nello scendere a valle di quelle frenate dai lastroni di ghiaccio.

La testimonianza resa al Corriere della Sera da Alessandro Marucci, volontario di 38 anni nato a una ventina di km dal disastro di Rigopiano, fa luce su un lavoro difficile e poco conosciuto, ma alza anche un velo sui rischi che si corrono per assicurare un minimo di sicurezza laddove ci sentiamo invece sicuri e difesi.

Lui è nato e cresciuto a Penne, una ventina di chilometri dall’hotel Rigopiano, da piccolo sciava sulle piste vicino all’albergo, l’ha visto per tanti anni abbandonato, poi ristrutturato. Oggi non ne riconosce nemmeno la sagoma e nelle ore che passa lassù guarda sempre più preoccupato il versante della montagna a monte del disastro.

«Ci sono degli accumuli di neve che rendono la situazione molto rischiosa — dice — ma il fatto è che abbiamo potuto osservare le parti da tenere d’occhio soltanto durante le brevi schiarite. Se invece la cima è avvolta in una nuvola dobbiamo affidarci ai rumori e allora diventa tutto molto più complicato». (Giusi Fasano, Corriere della Sera)

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