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Rimini, “il quindicenne diceva: adesso la faccio bere e poi la violento”

Rimini, "il quindicenne diceva: adesso la faccio bere e poi la violento"

Rimini, “il quindicenne diceva: adesso la faccio bere e poi la violento” (Foto Ansa)

RIMINI – “Diceva: ‘adesso la faccio bere e poi la violento'”. Chi lo diceva è K., il ragazzo di 15 anni, di origini marocchine accusato di far parte della banda dei quattro stupratori che la notte di sabato 26 agosto su una spiaggia di Rimini hanno aggredito una coppia di turisti polacchi e una transessuale peruviana.

A raccontare quel che K. diceva e faceva sono tre sue amiche, anche loro di origine marocchina, incontrate da Brunella Giovara di Repubblica Bologna. Fanno parte di una delle comitive di giovani di Vallefoglia, Comune di 15mila abitanti in provincia di Pesaro e Urbino.

Il 23 agosto, hanno raccontato Margherita, Hiba e Irene, alla festa di compleanno di Margherita “K. disse una cosa che ci lasciò tutti di m… Aveva puntato una mia amica, Laura, che gli piaceva molto. Disse: adesso la faccio bere e poi la violento”.

A quelle parole alcuni della comitiva erano scoppiati a ridere, altri “gli hanno detto: ma sei scemo. Molti sono rimasti male. Io e le mie amiche del cuore, ad esempio. Laura si è spaventata moltissimo, ed è rimasta con noi tre tutta la sera, appiccicata a noi”.

Le tre amiche raccontano che

“K ci faceva paura, certo, per come si comportava. Uno psicopatico. Parlava solo di uccidere e violentare. Era anche noioso, in questo. Ma non ci ha mai toccate, e noi comunque facevamo attenzione. Stavamo sempre insieme, noi tre”.

A far pensare loro che qualcosa K. potesse essere coinvolto negli stupri di Rimini era stata anche una strana coincidenza: il giorno dopo quelle violenze lui e il fratello, anche lui arrestato, hanno lasciato la chat di gruppo che avevano su WhatsApp con tutta la comitiva.

Quel sabato, dopo le aggressioni, alla stazione di Pesaro c’era la polizia:

“C’eravamo anche noi… Loro quattro erano lì, siamo andate a salutarli. Abbiamo visto i controlli, chiedevano i documenti, un poliziotto ha anche squadrato per bene K, davanti e dietro, poi se ne è andato”. Era sabato pomeriggio, la caccia alla banda dei quattro era cominciata all’alba, quel pomeriggio M., il fratello diciassettenne di K., era nervoso. Continuava a chiedere “ma chi cercano? Magari c’è un politico? O un cantante? O stanno cercando qualcuno?”. K invece era tranquillo, rideva e scherzava”.

C’era anche Guerlin, il ventenne congolese ritenuto capo del gruppo.

 

“Abbiamo sentito solo noi due, quelle frasi: M. a un certo punto ha detto “sai cosa abbiamo fatto, no?”, come a dire che siamo stati noi, perciò c’è tutta questa polizia, ma abbiamo capito dopo il significato. E il Biondo ha risposto: “Stai zitto, fra’, cioè fratello”.

E poi sono arrivati i frame della telecamera di sorveglianza. Immagini di ragazzini apparentemente tutti uguali, con felpe, jeans e cappellino. Tutti uguali tranne per chi li conosce.

“Noi li abbiamo riconosciuti. Guarda qua: A sinistra c’è M., quello in mezzo è L., a destra c’è K.”.

A quel punto, racconta Repubblica, Hiba si è messa a urlare, Irene,

“mi è venuto a piangere, erano i nostri amici, erano stati loro”. Margherita: “Io ho sempre pensato che fossero stati loro, c’erano delle coincidenze, uno non si cancella dalla chat degli amici così, di colpo”. Nessuna di loro ha pensato di fare qualcosa, “erano solo dei sospetti, come fai a dire che secondo te sono stati loro, chi ti crede?”. E poi, “K. eravamo sicure che prima o poi ammazzasse o violentasse qualcuno. Lo diceva sempre. È violento, vuole sempre fare a botte con tutti, se vede uno che non gli piace si alza e va a menarlo. Il controllore dell’autobus ad esempio. E gira con un coltellino, l’ha usato per ferire un altro ragazzo, che poi l’ha denunciato”.

Sul perché le tre non lasciassero questo K. al suo destino, loro rispondono che

“ci faceva paura. Stavamo zitte. Lui ci chiamava sorelline…”. Hiba: “A me ha rubato il cellulare. Io lo invitavo alle feste a casa mia e lui mi ripaga così. Mia madre ha deciso che era meglio non denunciarlo, viene da una famiglia un po’ pericolosa, nessuno dei nostri genitori li frequenta più”.

 

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