Blitz quotidiano
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Roma: Atac comprò e affittò palazzo non ancora costruito

ROMA – Un immobile a Roma a 118 milioni di euro, prima comprato poi preso in affitto, da Atac prima che venisse costruito. Venti milioni versati sull’unghia al costruttore Parnasi (lo stesso che dovrebbe costruire lo stadio della Roma) e che ora sono diventati oggetto di un esposto alla procura presentato dai vertici della municipalizzata nominati dal commissario Tronca. Una storia di sprechi milionari, di costi paurosi (c’è di mezzo anche un mega appalto per le pulizie) che ora finirà dritto nelle mani della sindaca Virginia Raggi. Ne parla Sergio Rizzo sul Corriere della Sera:

Il bersaglio è un palazzo nella periferia romana la cui costruzione è affidata al gruppo romano Parnasi, lo stesso che dovrebbe realizzare il nuovo stadio della Roma calcio. Un immobile da 114 milioni, pensato per ospitare la nuova sede di quell’azienda colabrodo. Tutto comincia nel 2006, sindaco Walter Veltroni. Ma l’accelerazione avviene nel 2009, quando al Campidoglio c’è Gianni Alemanno. Il Comune delibera di comprare un palazzo da destinare a «sede unica della mobilità». Due mesi dopo l’amministratore delegato Adalberto Bertucci chiude l’operazione con Bnp Paribas, il proprietario dell’area del Castellaccio, dalle parti dell’Eur. Il contratto viene stipulato a razzo. E a razzo cambiano i numeri: la superficie passa da 21.000 a 26.000 metri quadrati e il corrispettivo sale da 99 a 118 milioni. Nel 2009 l’Atac sgancia pure 20 milioni sull’unghia, come anticipo, e questa diventa la pietra dello scandalo. I lavori cominciano, ma subito scoppia un contenzioso sui ritardi. Per inciso, sono i mesi in cui lo scandalo parentopoli investe l’azienda. Passa un annetto e la cosa si sistema con una curiosa transazione. L’Atac non compra più l’immobile, impegnandosi invece ad affittarlo pagando il 7% del valore: 7 milioni 980 mila euro l’anno. Durata: nove anni più nove, fanno 143 milioni e 640 mila euro. In cambio, il locatore concede uno sconto di 4 milioni sul prezzo di un’eventuale vendita, che resta comunque un’opzione.

Anche questa rogna è adesso sul tavolo di Giuseppe Pignatone insieme a quelle sui distacchi sindacali, la gestione delle mense e la fornitura delle gomme. E non è escluso che venga presto raggiunto da un quinto dossier: quello delle pulizie. Una indagine interna su un appalto triennale da 38,6 milioni ha fatto venire alla luce tutto un mondo. Il rapporto descrive «lavorazioni non effettuate» o «imputate più volte», oltre a «superficialità nell’esecuzione» e «ripetute condotte inoperose». Ma ancor più colpisce l’elenco degli interventi di pulizia dichiarati in locali che risultavano «sotto sequestro, interdetti all’uso, inesistenti…». Cose turche, con l’aggravante di graziosi sconti concessi sulle penali da applicare per contratto: dai 954 mila euro dovuti ai 92 mila effettivamente pagati. O di subappalti per gli impianti di erogazione del gas andati avanti per un anno e mezzo senza che esistessero i presupposti…


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