Cronaca Italia

Roma today: ogni 40 metri ti chiedono soldi. E ai semafori clacson muti, tutti occhi allo smartphone

Roma today: ogni 40 metri ti chiedono soldi. E ai semafori clacson muti, tutti occhi allo smartphone

Roma today: ogni 40 metri ti chiedono soldi. E ai semafori clacson muti, tutti occhi allo smartphone (foto Ansa)

ROMA- Roma today, Roma oggi, Roma a viverla nelle sue strade, in ogni strada appena esci di casa. Appunto, esci di casa e nel tragitto di una colazione al bar e una spesa al supermercato, facciamo 20 minuti in tutto, ti chiedono soldi in strada 25 volte almeno.

Ogni 40 metri, metro più metro meno, c’è uno che ti chiama “capo” o “amico” e ti chiede soldi. Davanti alla farmacia e poi venti metri più avanti davanti al bar e poi altri venti metri un’altra all’incrocio e poi dopo l’incrocio un altro ancora appena passate le strisce pedonali. E questo è un pezzo di Via Salaria ad incrociare con Viale Liegi. Poi pieghi a sinistra e un’altra ti chiede i soldi seduta sulla mini aiuola tra la pasticceria e l’altra farmacia. Azzardi varcare altro incrocio (quello una volta chiamata piazza quadrata) e a chiederti soldi sono davanti alla chiesa degli argentini e davanti alla chiesa quasi dirimpettaia e davanti al negozio di latticini campani e mozzarelle di bufala.

Se risali per via Po ce ne sono davanti due, uno davanti al bar-pasticceria Natalizi, l’altro davanti al mini supermercato. Se discendi invece per Via Tagliamento, uno davanti allo Sma, l’altro/a davanti alla chiesa e due tra la pasticceria e il bar seguenti. E questi, in un percorso complessivo di un chilometro cittadino scarso, sono solo le postazioni fisse. Tredici postazioni fisse in neanche un chilometro. Qualunque cosa tu faccia o debba fare non puoi non incrociare almeno tredici-quattordici volte in cui ti chiedono soldi. Se fai su e giù, da casa e ritorno, la razione è ovviamente doppia.

Poi ci sono gli itineranti, le ronde, le postazioni volanti. Nello stesso percorso sopra descritto almeno altre sei-sette volte qualcuno che ti incrocia e ti chiede “capo, un caffè, cinquanta centesimi…”. Sempre o quasi preceduto da un “buon giorno, buona giornata”, spesso accompagnato dalla proposta di un acquisto di calzini o simili.

Fanno venti volte in venti minuti che ti chiedono soldi, ogni giorno, sempre. Venti volte in venti minuti che devi decidere e scegliere se ignorare, sbuffare, rispondere, fingere di non vedere, pagare. Qualunque sia la scelta, è una goccia che scava anche la roccia, figurarsi la tua quotidiana routine. Qualcuno è gentile, quasi tutti. Pochissimi sono remissivi e discreti. Ti chiedono soldi non proprio pretendendoli ma quasi. Qualcuno è invasivo, pressante. Pochi, quasi nessuno è molesto. Qualcuno, pochi, risulta urticante.

E alla fine, ripetuto per dieci, cento, mille e diecimila volte, risulta come un graffio sulla tua psiche quella frase ripetuta sempre uguale ogni volta che passi davanti: “capo, amico, dai qualcosa, un caffè…”. Lo dicono tutte le volte che gli passi davanti con la regolarità con cui si aprono le porte automatiche di un negozio ogni volta che poggi il piede davanti a loro. Hanno automatizzato il saluto e la richiesta di denaro, l’effetto è a suo modo straniante.

Sono tutti ovviamente stranieri extra comunitari (quelli che girano con i passeggini pieni di metallo o altro non li abbiamo messi nel conto e neanche quelli che ti chiedono di comprare pannolini o latte per il bambino che hanno in braccio). Devono tutti qualche tempo fa essere arrivati via barcone o simile avventura. Qualche tempo fa, perché questi non sono gli ultimi in gerarchia e tempo. Hanno ciascuno postazione fissa e spazio di ronda precisamente spartiti. Se non c’è racket dell’elemosina di certo c’è organizzazione che assegna i posti e fa rispettare le assegnazioni.

Non è dato sapere quanti soldi facciano, forse non molti, di certo ci  campano perché l’industria del chiedere soldi per strada “assume” ogni settimana più personale. Aumentano di numero, presidiano e pattugliano ogni angolo. La sensazione è di assedio, quasi asfissia, ci si trattiene dal mostrare fastidio per non apparire, ed essere, quel che non si vuol essere. Però non è giusto e sano che in venti minuti ti chiedano ogni giorno venti volte soldi in strada. Non è giusto e non è sano.

Per capirci chi scrive e racconta l’altra sera è inciampato su una trasmissione serale di Rete4 che avrebbe imbarazzato i coltivatori di cotone schiavisti della prima metà dell’Ottocento negli Stati del Sud degli Usa e avrebbe avuto una menzione di elogio, però anche qui con l’avvertenza a non strafare da parte di Goebbels negli anni tra i Trenta e i Quaranta del secolo scorso in Germania. In questa chiamiamola trasmissione attivisti politici, squadre di pulizia etnica travestite da giornalisti prendono, scovano i “neri”, letteralmente danno loro la caccia. E appena li hanno raggiunti li irridono, li espongono alle offese del pubblico, offese chiamate e applaudite. Si mostrano i luoghi dove dormono e si sottolinea la puzza, si dà per scontato siano stupidi, sub umani e criminali. Si chiama e si eccita il disprezzo e l’orrore nei loro confronti. Già detto, va ripetuto: Gobbels avrebbe trovato eccesso di zelo e gli schiavisti avrebbe rilevato caduta di stile in quel che va onda su Rete4.

Per capirci, chi scrive e pensa questo della propaganda razzista che spira forte e senza pudore è però la stessa mano che scrive che non è giusto e sano essere assediati da chi ti chiede soldi una volta al minuto (anche meno) appena esci di casa e ogni volta che esci di casa (a quando anche al citofono?). Poi te li chiedono se parcheggi la macchina, se ti fermi all’incrocio…

A proposito degli incroci, a Roma una mutazione quasi antropologica: ai semafori, alla ripartenza dai semafori rossi, quasi nessuno suona più il clacson. A Roma era tradizione, cultura, liturgia. A Roma quando il semaforo da rosso si fa verde sempre si suonava a quello davanti, sempre. Per dirgli di sbrigarsi anche se quello era già partito, per svegliarlo da un presunto torpore, per richiamarlo alla vita, per segnalare la propria di esistenza in vita. A roma nel traffico io suono il clacson , dunque sono.

Ora non più, ora c’è la fila al semaforo rosso. Semaforo diventa verde, il primo della fila non parte subito ma il secondo dietro non gli suona più e neanche il terzo suona al secondo e così via. Per meravigliosi dieci secondi buoni capita sempre più spesso che nessuno suoni a nessuno (tranne qualche guidatore in età). Tutti diventati pazienti e civili? No, tutti con gli occhi sullo smartphone mentre si è in fila al semaforo (anche guidando se è per quello). Tutti intenti alla propria connessione, tutti occhi sullo schermo che quindi non guardano il semaforo e dita sulla tastiera che quindi non suonano clacson. Mutazione…quasi antropologica.

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