Blitz quotidiano
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Salvatore La Manna, soldato e bomber Italia senza una gamba

ROMA – Quella gamba Salvatore La Manna, 35 anni, l’ha perduta in guerra. In Libano. Gamba maciullata da un blindato Lince che si è ribaltato durante un’operazione anti terrorismo. Avrebbe potuto scegliere diversamente. Ma sarebbe morto un suo commilitone. Quindi Salvatore ha fatto la scelta giusta: ha rischiato per aiutare un altro soldato, ha rischiato di morire, ha perso una gamba. Ma lui, che quella gamba l’ha donata per salvare una vita, ora di vita ne ha una tutta nuova. Niente trincee.  Salvatore è un calciatore. Un bomber che segna valanghe di reti. E a modo suo serve ancora la Patria. Gioca infatti nella Nazionale militare amputati. E con la Nazionale andrà a giocare a Orlando, in Florida, le Olimpiadi per i militari feriti in trincea.

Una bellissima storia, quella di Salvatore La Manna, scovata e raccontata per il Corriere della Sera da Felice Cavallaro. Storia che inizia con una tragedia, l’imboscata dei terroristi:

«Eravamo a caccia di terroristi. Io alla guida di un Lince. Arrampicato su una montagnola, arrivato in cima, scopro che il sentiero era stato sommerso da detriti. Una trappola. Obbligata la retromarcia…», racconta La Manna descrivendo il suo commilitone con mitragliatrice spianata, il «rallista», come si dice il gergo, issato fuori dall’abitacolo, guardingo all’esterno della botola. Un ragazzo della sua età, un catanese pure lui caporal maggiore, Alessandro Amalfi.

Impossibile controllare la retromarcia. Quasi immediato il ribaltamento. Ma Salvo, intuendo il peggio, ebbe il tempo di gridargli di scendere giù. E, vedendo che Amalfi non veniva giù, lo afferrò da sotto salvandogli la vita perché un istante dopo il mezzo rotolò giù capovolgendosi per quattro volte. Con la portiera lato guida sganciatasi e il corpo di Salvo sbalzato via prima del tonfo finale. L’ultimo frame di questa drammatica sequenza è il Lince che, piegato di traverso, piomba di piatto sulla gamba sinistra di Salvo La Manna. E così resta il ragazzo per un’ora e 40 minuti, perdendo sangue mentre i suoi compagni non riuscivano a smuovere quel bestione. «In una frazione di secondi e poi per minuti interminabili, per un tempo infinito ho pensato a tutta la famiglia, a Luisa, ai miei genitori nel loro negozio di fiorai di via Sammartino a Palermo. Non li vedrò più? Me ne sto andando per sempre?». Questi i pensieri quando finalmente è arrivato il verso soccorritore: «Mi ha salvato un libanese col trattore. Con la sua pala ha fatto da crick, sollevando il Lince di 20 centimetri, quanto bastava per sfilare la gamba ormai maciullata e liberarmi dalla morsa. Altrimenti morivo dissanguato».

Poi il pianto liberatorio e le lunghissime cure. Che gli hanno permesso, oggi, di giocare e segnare con la maglia Azzurra:

E di quell’istante ricorda le lacrime: «In quell’istante ho pianto. Non lo avevo fatto per un’ora e 40 minuti. Poi un’esplosione. Ma non era un pianto di disperazione. Era un pianto di gioia. Poco dopo, volando sull’elicottero verso l’ospedale di Sidone, capendo che forse avrei perso la gamba, gioivo perché sapevo che comunque avrei rivisto mia moglie, papà e mamma». Ha avuto una fortuna nel disastro, come ripete: «Mi ha salvato un medico inglese che aveva fatto esperienza nella guerra del Golfo. Invece di mozzare tutto fino alla coscia, è riuscito a salvare un troncone del femore. E per questo posso incastrare adesso al moncone questa gamba tecnologica che mi consente di camminare».