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Sara Bosco, la madre Katia Neri: “Voleva tornare a casa”

ROMA – “Voleva tornare a casa, era una brava ragazza”: a parlare è Katia Neri, madre di Sara Bosco, la ragazza di sedici anni trovata morta per una overdose di eroina al Forlanini, ospedale abbandonato di Roma.

In un colloquio con Rinaldo Frignani del Corriere della Sera la donna racconta la sua Sara, il suo passato “normale, con una famiglia, un padre e un fratellino più piccolo”. Dalla sua casa nelle campagne di Santa Severa, sul litorale romano, Katia Neri ha mostrato le lettere che Sara le mandava dalla comunità di recupero “Piccolo Carro” di Ospedalicchio. “Sei l’amore della mia vita”, le scriveva la figlia. Avevano un rapporto molto stretto.

Tutto era andato bene fino ad un anno fa, ha raccontato la donna:

“La mia Sara era una ragazza libera, vivace certo, ma libera. E fino a un anno fa sorrideva sempre, amava la musica e andare a ballare con le amiche. Eravamo legatissime, lei era una brava ragazza. Mi scriveva sms nei quali mi ripeteva che mi voleva bene. Era il mio amore. Non è vero che era una sbandata, aveva una famiglia, un padre e un fratellino più piccolo”.

Poi, nel 2015, è cambiato tutto:

“Frequentava l’Alberghiero a Civitavecchia, ha conosciuto un ragazzo che l’ha portata alla stazione Termini. E lì ha incontrato un giovane afgano. Sembrava un tipo a posto, faceva il cuoco. Fra quei due e forse la scuola, non so, Sara ha cominciato a drogarsi. Eroina da subito. In breve è stata bocciata e ha lasciato gli studi”.

Sara allora è finita in una comunità a Frosinone, ma da lì è scappata lanciandosi dal terzo piano.

È rimasta tre mesi al Gemelli per riprendersi dalle fratture. È tornata a casa, era pulita e io ero contenta, ma è scappata ancora per drogarsi. E allora è finita nel centro per minori vicino a Perugia. Ma non ci voleva più stare”.

Da allora l’ex ospedale abbandonato era diventato la sua seconda casa.

“Sara mi telefonava dalle cabine pubbliche, diceva: “Voglio tornare a casa, lavarmi e mangiare. Mamma vieni a prendermi”. Ho segnalato a tutti dove poteva trovarsi, nessuno l’ha fermata. Mercoledì mi hanno detto che stava in quella stanza maledetta. Ho provato a rianimarla al telefono col 118 perché al Forlanini si sono rifiutati di mandarci un’ambulanza interna. Attorno a noi c’era il vuoto, gli immigrati erano scappati tutti”.

Il suicidio?

“Quegli sms sul suo telefonino sono vecchi, di quando stava al Gemelli. “Mi sono stufata di questa vita”, aveva scritto. Ma Sara non si sarebbe mai uccisa: voleva soltanto tornare a casa da me”.


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