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Saronno, “Protocollo Cazzaniga”: anestesista e infermiera killer. Quanti sapevano?

VARESE – Al pronto soccorso dell’ospedale di Saronno si parlava esplicitamente di “protocollo Cazzaniga” per i malati terminali, dal nome del medico Leonardo Cazzaniga, arrestato oggi per cinque omicidi. E’ quanto ha ricostruito la Procura di Busto Arsizio nelle lunghe indagini iniziate dopo la denuncia di un’infermiera, indagini che hanno escluso il movente economico.

Secondo gli investigatori, all’ospedale qualcuno mormorava dell’esistenza di quel nomignolo per la modalità di intervento del medico, il “protocollo Cazzaniga” appunto. Questo metodo, sostengono sempre gli investigatori, consisteva nell’iniettare dosi letali di potenti sedativi via endovenosa ai pazienti, in sovradosaggio rispetto al necessario, causandone la morte.

Intanto sale a quattoridici il numero degli indagati nell’inchiesta che ha portato in carcere oggi l’ex viceprimario e della sua amante, l’infermiera Laura Taroni, accusati di omicidio volontario. Gli indagati sarebbero tutti dipendenti dell’ospedale di Saronno. La struttura stessa, quindi, parrebbe assumere un ruolo nell’inchiesta per via di quelle che verrebbero definite come omissioni anche gravi.

 

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, iniziate nel 2014 e coordinate dalla Procura di Busto Arsizio, il medico, che lavorava al pronto soccorso dell’ospedale di Saronno e che poi era stato trasferito, è accusato dell’omicidio di quattro pazienti anziani e malati ricoverati nello stesso reparto. I delitti sarebbero avvenuti tra il febbraio del 2012 e l’aprile 2013.

L’accusa sostiene che alle vittime l’anestesista ha somministrato “dosi letali di farmaci per via endovenosa, in sovradosaggio e in rapida successione”. I farmaci usati, spiega nel dettaglio la Procura in una nota, sono “clorpromazina, midazolam, morfina, propofol e promazina”. L’omicidio del marito dell’infermiera e amante di Cazzaniga, Laura Taroni, sarebbe avvenuto alla fine di giugno 2013. All’uomo i due arrestati, secondo l’accusa, avrebbero somministrato (non in ospedale), “per un lungo periodo, farmaci assolutamente incongrui rispetto alle sue reali condizioni di salute, debilitandolo fino a condurlo alla morte”.