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Scafisti minacciati di morte: giudice di Palermo li assolve

PALERMO – I pm avevano chiesto l’ergastolo, ma per il gup di Palermo, Gigi Omar Modica, erano scafisti per costrizione. Per questo Jammeh Sulieman, di 21 anni, originario del Senegal e Dampha Bakary, di 24 anni, gambiano, sono stati assolti col rito abbreviato. Nella traversata dalla Libia alla Sicilia, durante la quale morirono 12 migranti, Jammeh e Dampha erano vittime e disperati come i loro compagni di viaggio. Erano alla guida del gommone stracarico di passeggeri, un centinaio stipati in un natante di dieci metri, ma non per scelta. Imprecisati “soggetti libici armati” li avevano minacciati puntandogli contro un kalashnikov e li avevano piazzati alla guida del mezzo di fortuna.

Il gup ha applicato la discriminante dello “stato di necessità“, perché i due imputati accusati di omicidio plurimo, “non decisero autonomamente e liberamente di avventurarsi per il Mediterraneo alla guida di un mezzo di fortuna, carico all’inverosimile di persone”.

Come riporta Riccardo Arena sul quotidiano la Stampa:

La traversata oggetto dell’inchiesta risale al luglio 2015: i passeggeri superstiti del gommone furono salvati dalla nave Dattilo e trasportati al porto di Palermo. Sulieman e Bakary furono individuati grazie alle testimonianze raccolte – non senza difficoltà, dati i problemi di comprensione di lingue e dialetti – dalla polizia. A parlare furono soprattutto tre maghrebini, le cui deposizioni sono apparse però contraddittorie e per niente coerenti al gup. Sin dall’inizio gli avvocati Pecoraro e Bonafede avevano sostenuto che i libici, armati di kalashnikov e attrezzati per queste operazioni, per evitare l’arresto di loro uomini, ricorressero a minacce e pesanti intimidazioni nei confronti di alcuni passeggeri, scelti a caso, costringendoli a pilotare da sé le imbarcazioni di fortuna. Il giudice concorda con i difensori: i due scafisti per forza «non avevano altra scelta se non quella di commettere i reati» a loro attribuiti, «per salvare la loro vita da una situazione superiore alla loro volontà».

Non parlavano la lingua dei libici, non si capivano nemmeno tra di loro, Sulieman e Bakary («Nessuno dei testi riferisce di un ruolo organizzativo di tipo preparatorio») e, «quando giungono in spiaggia, trovano già il natante carico di migranti… sotto la minaccia di armi da guerra non possono che accondiscendere alla determinazione dei libici su chi dovesse guidare l’imbarcazione. Tornare indietro sarebbe stato un atto del tutto scellerato». Si sarebbero opposti infatti gli altri migranti, che avevano «pagato un prezzo esoso», ma il rischio di essere uccisi dai trafficanti di uomini sarebbe stato molto concreto. «Proseguire invece nella rotta – conclude la sentenza – poteva significare invece coltivare una qualche speranza di giungere sani e salvi in un Paese sicuro e libero come l’Italia».