Blitz quotidiano
powered by aruba

Scheletro incatenato sepolto a Baratti: dopo la strega…lo schiavo

LIVORNO – Uno scheletro sepolto supino con catene alle caviglie e al collo. Questa l’ultima scoperta di un’équipe dell’Università degli studi di Milano a Baratti, in provincia di Livorno. I resti potrebbero appartenere a un giovane schiavo, vissuto precedentemente alla seconda metà del IV secolo a.C, forse tra VI e V secolo a.C., nel pieno della Populonia etrusca. (GUARDA LE FOTO).

Giorgio Baratti, l’archeologo che coordina gli scavi (il cui cognome, per una fatale coincidenza, è lo stesso del luogo del ritrovamento), ha spiegato:

“Si tratta della sepoltura in una fossa semplice (…) Un giovane uomo deposto supino con le caviglie avvolte da due pesanti anelloni di ferro, uno per gamba e con l’impronta di un oggetto sotto la nuca, forse di legno, che doveva essere collegato a un collare in ferro rinvenuto leggermente sconnesso in prossimità del cranio”.

Il presunto schiavo forse era impiegato nelle attività metallurgiche che si svolgevano nel golfo di Baratti, ma per ulteriori dettagli bisognerà attendere l’analisi delle sue ossa. Certo è che l’area interessata si sta rivelando una vera miniera per quel che riguarda i suoi ritrovamenti. Nel 2011, sempre a Baratti, un gruppo di archeologi dell’università dell’Aquila ha riportato alla luce uno scheletro femminile del 1200 (leggi), sepolto con vari chiodi ricurvi in bocca. Intorno a lei altri chiodi, utilizzati per fissare a terra le sue vesti.

Probabilmente la donna era ritenuta una strega e quello che le è stato riservato dopo la morte era una sorta di macabro rito per punire la sua malvagità e scacciare i poteri maligni. Accanto ai suoi resti, una sepoltura enigmatica, un altro scheletro femminile, seppellito con un sacchetto di dadi da gioco, a quel tempo un tipo di divertimento per soli uomini. “Non è escluso che ci si trovi di fronte a una meretrice punita con disprezzo anche nel momento della sepoltura con il simbolo più basso della moralità, il gioco dei dadi, appunto”, ha spiegato l’archeologo Alfonso Forgione.