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Shoah: ebrei traditi da italiani spie e delatori. Bilancio

Shoah. Nel giorno della Memoria la tragica contabilità su delatori e spie italiane. Il contributo nazionale allo sterminio degli ebrei

ROMA – Shoah ed ebrei italiani vittime della folle persecuzione nazista, una verità accertata ma parziale: nel giorno della Memoria (27 gennaio) è giusto ricordare la collaborazione attiva, capillare, volontaria delle autorità italiane fasciste e di semplici cittadini.

Prendiamo il caso di Roma, emblematico. Gli archivi storici restituiscono un bilancio della vergogna che fa a cazzotti con il mito novecentesco di una sostanziale estraneità italica alla tragedia della shoah. Altro che “italiani brava gente”, insomma. Su 730 ebrei deportati da Roma dopo il 16 ottobre, giorno di una fatale retata, 439 furono traditi o arrestati da italiani: 136 dalla Questura, un paio di centinaia dalle “bande” organizzate dedite alla caccia all’ebreo, il resto denunciati da comuni cittadini, magari vicini di casa invidiosi o ansiosi di subentrare, spesso per convinto odio razziale.

Dopo l’8 settembre del ’43, il ruolo della Repubblica Sociale Italiana fu decisivo: a metà novembre decretò tutti gli ebrei stranieri e nemici, ordinandone l’internamento. I tedeschi, a corto di uomini ma non della paranoica volontà di annientamento (a costo di deviare gli sforzi dall’impegno bellico), pagavano più che bene delazioni e tradimenti (5mila lire dell’epoca a ebreo). Amedeo Osti Guerrazzi su La Stampa segnala l’atroce normalità di quella che diventò un’occupazione stabile (tipo la borsa nera) e il concorso volenteroso di molti bravi patrioti alla shoah, allo sterminio, alla cancellazione della popolazione di religione ebraica dalla faccia dell’Europa.

Un collaborazionista di Torino, ad esempio, si recò a casa di un rabbino fingendo di essere ebreo e di avere un parente in punto di morte. In questo modo riuscì a convincere il rabbino a uscire dal nascondiglio per andare a recitare le preghiere per il presunto moribondo. A Roma un altro collaborazionista si recava nelle carceri fingendosi un avvocato con agganci nel Tribunale tedesco, allo scopo di ottenere informazioni sui parenti dei reclusi, che venivano immediatamente girate alla polizia tedesca. A Genova un collaboratore della Gestapo aveva escogitato un metodo ancora più lucroso. Dopo aver arrestato un ebreo, fingeva di lasciarsi corrompere e faceva fuggire la sua vittima, che riarrestava immediatamente. In questo modo, il fascista riusciva a farsi pagare tre volte: due volte dai tedeschi, e una volta dalla vittima. (Amedeo Osti Guerrazzi, La Stampa).